Circuito Cinema - Sala Truffaut

Promised Land

16/03/2013
21.15

17/03/2013
18.30
20.30

(USA 2012) di Gus Van Sant - 110'

 

In una veduta aerea, l’auto di Steve è una macchia rossa che si arrampica sui prati verdi. Mimetizzarsi gli sarà più facile sulla linea orizzontale dello sguardo, quando incrocerà gli occhi degli autoctoni chini sulla terra e venderà loro la promessa di paesaggi migliori. Lo fa per lavoro, e lo fa bene: ha appena ricevuto una promozione, eppure crede ancora nell’onestà dello sguardo. Aprire voragini nelle fattorie è la sua fonte di reddito e l’unica possibilità di redenzione economica per cittadine come McKinley, inesistente angolo di qualsiasi America messa in vendita dalla Crisi.
Steve, nei panni rustici e rassicuranti di Damon, è l’emissario di un dio abbastanza terreno da farsi ascoltare. Il gas naturale è l’alternativa al petrolio, dice agli scettici. Il gas naturale è la rata del college di tuo figlio, dice alle madri. Se i pilastri della comunità tentennano, allungargli una busta è metodo garantito per tenerli ben fermi. Gus Van Sant conosce la differenza tra tenere ben ferma una storia e metterle le radici: Promised Land è un canto d’appartenenza, un seme che promette la pianta della questione sociale ma poi s’innesta nei vasi linfatici del personale. Quando vengono a conoscenza di rischi e guadagni del processo di fratturazione idraulica, gli abitanti del disarmato paese rurale si dividono come file di alberi al vento. C’è chi accetta il pericolo per comprarsi la macchina, o se ne dimentica per assicurarsi quella rata del college, e c’è chi preferisce salvaguardare i frutti del suo giardino dalle promesse chimiche di un futuro più “verde”. Il venditore resta nel mezzo: qual è il suo campo da steccare? Steve/Damon è un credibilissimo abisso di dubbi, un sommerso che si crede salvato dalla buonafede ipovedente, un ospite della vita che affonda le proprie radici negli scarponi logori: l’eredità proletaria del ragazzo moderno. Pregevole la sceneggiatura firmata da Damon con Krasinski (che del film è la controparte ambientalista, meno “contro” di quanto sembri), riesce nell’arduo ritratto di una comunità devota alla terra eppure percorsa dalla tensione delle differenze. Attecchisce al cuore dell’uomo, si arrampica lungo il tronco delle sue certezze. E trova la sua fonte energetica senza trivellare, sulla linea orizzontale di sguardi che non mentono.

In una veduta aerea, l’auto di Steve è una macchia rossa che si arrampica sui prati verdi. Mimetizzarsi gli sarà più facile sulla linea orizzontale dello sguardo, quando incrocerà gli occhi degli autoctoni chini sulla terra e venderà loro la promessa di paesaggi migliori. Lo fa per lavoro, e lo fa bene: ha appena ricevuto una promozione, eppure crede ancora nell’onestà dello sguardo. Aprire voragini nelle fattorie è la sua fonte di reddito e l’unica possibilità di redenzione economica per cittadine come McKinley, inesistente angolo di qualsiasi America messa in vendita dalla Crisi.
Steve, nei panni rustici e rassicuranti di Damon, è l’emissario di un dio abbastanza terreno da farsi ascoltare. Il gas naturale è l’alternativa al petrolio, dice agli scettici. Il gas naturale è la rata del college di tuo figlio, dice alle madri. Se i pilastri della comunità tentennano, allungargli una busta è metodo garantito per tenerli ben fermi. Gus Van Sant conosce la differenza tra tenere ben ferma una storia e metterle le radici: Promised Land è un canto d’appartenenza, un seme che promette la pianta della questione sociale ma poi s’innesta nei vasi linfatici del personale. Quando vengono a conoscenza di rischi e guadagni del processo di fratturazione idraulica, gli abitanti del disarmato paese rurale si dividono come file di alberi al vento. C’è chi accetta il pericolo per comprarsi la macchina, o se ne dimentica per assicurarsi quella rata del college, e c’è chi preferisce salvaguardare i frutti del suo giardino dalle promesse chimiche di un futuro più “verde”. Il venditore resta nel mezzo: qual è il suo campo da steccare? Steve/Damon è un credibilissimo abisso di dubbi, un sommerso che si crede salvato dalla buonafede ipovedente, un ospite della vita che affonda le proprie radici negli scarponi logori: l’eredità proletaria del ragazzo moderno. Pregevole la sceneggiatura firmata da Damon con Krasinski (che del film è la controparte ambientalista, meno “contro” di quanto sembri), riesce nell’arduo ritratto di una comunità devota alla terra eppure percorsa dalla tensione delle differenze. Attecchisce al cuore dell’uomo, si arrampica lungo il tronco delle sue certezze. E trova la sua fonte energetica senza trivellare, sulla linea orizzontale di sguardi che non mentono.

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