Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Un piccione seduto su un ramo riflette sull

Titolo originale: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

LEONE D'ORO VENEZIA 2014

Già nello strepitoso inquietante incipit del film, con la coppia di anziani in visita al Museo di Storia Naturale, lui che osserva un uccello impagliato e lei che osserva lui, un’atmosfera straniante e lievemente morbosa, la fotografia verde grigiastra che sembra creare una sorta di acquario, i riferimenti pittorici ai Surrealisti del Nord – Delvaux, Magritte -, i movimenti di macchina lenti, la musichetta ironica che fa contrasto, troviamo il personalissimo mood di un autore unico nel panorama internazionale. Un regista antropologo, che si diletta ad osservare, come da un’altezza siderale (il piccione del titolo), i bizzarri segni di vita umana sparsi di sotto sulla terra, in cui la macchina da presa si identifica con l’occhio di un qualche Dio buontempone e cattivello. Una specie di Werner Herzog, privato pero del romanticismo e con maggiore ironia di questi, più attento alla meschinità dell’esistenza che non alla sua grandiosità – ma le due, si sa, possono convivere e perfino coincidere... Conclusione di un’ideale “trilogia sulla vita”, dopo Canzoni del secondo piano (2000) e You, the Living (2007), il film, che ha giustamente vinto il Leone d’Oro a Venezia, è la descrizione migliore possibile delle piccole apocalissi quotidiane che ci affliggono, nell’attesa, forse, di una Grande Apocalisse più generale del genere umano, se mai verrà. Un cinema modernissimo pur nel ricercato arcaismo di corpi, gesti, movimenti. Dopo il Museo dell’inizio, ecco infatti l’Interno Borghese, su toni pastello, dove l’uomo non riesce ad aprire una bottiglia di vino e poi si accascia, mentre la moglie è in cucina. E’ il primo di tre “incontri con la morte”. Il secondo avviene in un ospedale, dove tre fratelli tentano di strappare dalle mani della madre moribonda una borsa con i gioielli. Il terzo, invece, in una mensa, dove un uomo giace cadavere a terra. Seguono altri “acquari”, altri ambienti ordinari, altri corpi flaccidi o raggrinziti, trattati con la stessa macchina da presa immobile, con gli stessi colori desaturati. Intanto, su e giù per il film e le inquadrature, due commessi viaggiatori, sorta di Don Chisciotte e Sancho Panza degradati, si muovono per promuovere, loro tristissimi, un campionario di “scherzi” da Carnevale: sacchetti che ridono, denti di vampiro… In questo clima di tragico grottesco, si torna anche indietro nel tempo, alla Goteborg del 1943, in una esilarante sequenza ambientata in un locale, il bar di Lotte la Zoppa, con cori di “Come paghiamo il grappino/Coi baci lo paghiamo” e bimbe che fanno bolle di sapone al bancone. Il cortocircuito temporale esplode del tutto quando un cavaliere settecentesco fa il suo ingresso in un tipico bar con musica rock anni Cinquanta e succedono poi cose troppo strambe da raccontare, e che vanno solo godute. Ma non importa: ciò che importa è questo sguardo insieme disincantato e passionale, astratto e concreto, tragico e ridicolo, sulla caducità e fragilità della presenza degli umani sulla nostra terra. Cinema filosofico, se ce ne è uno, e pure spassoso.