Sorry we missed you

Sorry We Missed You 1800 nr 1

Titolo originale: Id.

Con Sorry We Missed You, Ken Loach aggiunge un altro tassello alla sua opera di denuncia della società contemporanea e delle nuove forme di sfruttamento lavorativo, con la cancellazione dei diritti conquistati in un secolo di lotte operaie. È il caso della cosiddetta “gig economy”, quel modello basato sul lavoro digitalizzato e parcellizzato, affidato a lavoratori ufficialmente autonomi ma gestito da piattaforme con formule di organizzazione spesso simili a quelle del lavoro dipendente. Un lavoro caratterizzato da un elevato grado di precarietà e che impone spesso ai lavoratori ritmi incalzanti e insostenibili. Come nel precedente Io, Daniel Blake, anche Sorry We Missed You è ambientato a Newcastle, città nella quale vivono il protagonista Ricky Turner, sua moglie Abby e i loro due figli. Ricky, strangolato dai debiti dopo il crollo delle banche e degli istituti di credito immobiliare, decide di acquistare con grandi sacrifici un furgone mettendosi al servizio, come lavoratore autonomo, di una ditta in franchising. Dovrà recapitare agli acquirenti i prodotti ordinati on line e più ne consegnerà nel corso della giornata, più certezze avrà di mantenere il posto. Abby, dal canto suo, fa l’assistente domiciliare a numerose persone anziane o disabili. Sono entrambi lavori duri che li sfiancano, costringendoli a turni lunghi e massacranti che gli faranno perdere, a poco a poco, il controllo della loro, seppur forte, unità familiare. Ken Loach, con il passare degli anni, ci ha abituato a film sempre più ruvidi e crudi, dove il messaggio di denuncia è esplicito e viene lanciato senza troppi giri di parole. Sceneggiato insieme al suo storico collaboratore Paul Laverty, Sorry We Missed You è un film che pone l’attenzione dello spettatore su alcuni temi ben precisi. In particolare quello dell’utilizzo della tecnologia. Se lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è sempre lo stesso, quello che cambia è il mezzo con il quale tale sfruttamento viene perseguito. L’utilizzo di tecnologie sempre più sofisticate finisce per ritorcersi contro il lavoratore e, anziché sollevarlo in parte dalla fatica, lo riduce al livello di uno schiavo. Ricky dovrà correre da una parte all’altra della città per rispettare i tempi delle consegne non potendosi permettere ritardi, soprattutto laddove è stata pagata una cifra supplementare per la consegna prioritaria. Loach e Laverty sono molto bravi a mettere in scena questo spaccato di società dove a trionfare è la totale disumanizzazione del lavoro. I due analizzano, con il solito loro linguaggio sempre molto scorrevole, come questo imbarbarimento porti a gravi ripercussioni anche a livello familiare. Il legame di Ricky e Abby è molto forte: fra i due c’è grande intesa e Ricky è un padre e un marito affettuoso. Ma il protrarsi delle ore dedicate al lavoro da parte sua e di Abby, porterà lentamente a uno sfaldamento del loro rapporto e di quello con i figli, soprattutto con Seb, del quale i genitori non sono più in grado di comprendere le potenzialità ma ne percepiscono solamente l’indolenza nei confronti dell’istituzione scolastica. Tuttavia l’impossibilità a ridurre il ritmo lavorativo, pena la perdita dell’impiego, rischierà di condurli a uno stato di non ritorno. Osservare i volti dei personaggi sempre così credibili, i primi piani, la loro normalità, rende partecipi della sofferenza e dello smarrimento che stanno vivendo. E fa capire ancora una volta – come se ce ne fosse bisogno – la grande capacità di Ken Loach nel dar voce al proletariato, a quella working class sfruttata che dalla vita non chiede altro se non di poter vivere dignitosamente. Quella dignità della quale è stata derubata da un sistema oppressivo e lesivo di ogni diritto, e che gli viene restituita, almeno sullo schermo, dalla solidarietà e dall’umanità di questo grande regista che, all’età di ottantatré anni, è ancora capace di indignarsi e di farci indignare.