Qualcosa nell'aria

Qualcosa nell

Titolo originale: Après Mai

Après Mai: dopo il maggio. Il titolo del film di Olivier Assayas dà un’immediata collocazione temporale alle vicende dei giovani protagonisti, e contiene in sé una prospettiva che permette la riflessione. In quell’avverbio di tempo è racchiusa la dimensione di un fenomeno che ha già raggiunto il suo apice e ha imboccato la strada discendente, anche se in questa fase ribolle ancora di vitalità e disordinata energia. Siamo nei primi anni Settanta, a Parigi, e l’inizio del film ci getta subito nel clima infuocato dell’epoca. La polizia carica gli studenti che manifestano in strada per protestare contro il ferimento di un loro compagno, il corteo si disperde, i ragazzi si rifugiano nelle scale di un palazzo dove nessuno li caccia. L’atmosfera rivoluzionaria è diffusa, condivisa, si parla continuamente di un evento che tutti aspettano e che si è certi arriverà. Gilles, alter ego del regista, adolescente e capellone, discetta con gli amici dei metodi con cui preparare la rivoluzione e insieme cercano di mettere in pratica le loro idee con azioni dimostrative. Durante una di queste, un agente di sicurezza rimane gravemente ferito e l’impatto con le reali conseguenze della violenza li costringe a ripensare le loro posizioni. In particolare Gilles, che fra tutti è il meno ortodosso, quello che più si interroga sui miti politici contemporanei, come la rivoluzione cinese, imbocca più decisamente un percorso personale di crescita per capire chi è e cosa sente veramente. Durante il viaggio che il gruppo compie in Italia, un po’ per far perdere le proprie tracce, molto per ripercorrere le orme di illustri viaggiatori del passato e mescolarle con suggestioni e incontri del presente rivoluzionario, ognuno definisce meglio la propria identità e prende la propria strada, senza l’ombrello protettivo ma soffocante dell’ideologia. A far da guida a questa crescita collettiva un insieme di letture, film, arte e musica, divorato con una tale avidità di conoscenza da suscitare (questa sì) un gran senso di nostalgia. Quella giovanile curiosità onnivora, che assorbiva la cultura borghese “di papà” e la rielaborava in nuove formule con una creatività oggi impensabile, è uno degli aspetti che Assayas riesce a rendere al meglio, anche grazie al materiale originale, fra cui volantini e giornali, che lui stesso ha conservato e che costituisce l’efficacissimo corredo visivo della messa in scena, mentre la musica – quella realmente ascoltata da Assayas adolescente – ne è il complemento acustico. Il lascito culturale emerge come l’eredità più importante di quella generazione che, pur lasciando dietro di sé molte vittime dell’eroina, ha avuto il coraggio di mettersi in gioco, ha rischiato e infine è entrata nelle professioni intellettuali portando dentro di sé un po’ di quella rivoluzione che non è mai arrivata. Assayas la racconta con uno sguardo tenero e penetrante, lontano dalla nostalgia del reduce ma pieno di partecipazione. Oggi che ci viene a mancare proprio il senso del futuro che quei giovani – fatti rivivere anche nella fisiognomica da bravissimi giovani attori – avevano così forte, l’entusiasmo e la malinconia di questo “dopo maggio” ci commuovono.