La stanza delle meraviglie

La stanza delle meraviglie

Titolo originale: Wonderstruck

Quando si parla del cinema di Todd Haynes lo si fa di solito con la reverenza e la circospezione che di solito spetta ai registi cui si riconosce un arte superiore. Un talento quello dell'autore californiano che non si limita a vivere solo sul grande schermo, attraverso la bellezza delle composizioni visive e la straordinario camaleontismo dei suoi interpreti ma che è capace di trovare eco nei fatti della vita reale, trasfigurati secondo il modello esistenziale che riceviamo guardando i suoi film. Basti pensare, solo per fare un esempio, al lungometraggio d'esordio, in grado di scatenare l'interesse e in qualche caso il diniego dell'opinione pubblica, offesa dalla legittimità da parte dello stato di finanziare un lungometraggio che alla maniera di Poison (1991) osava trattare la questione omosessuale in maniera esplicita e senza alcuna ipocrisia. Rispetto a quegli inizi molte cose sono cambiate, a cominciare dallo status del regista, nel frattempo entrato a far parte del cinema che conta e quindi libero di scegliere con attenzione certosina i progetti a cui dedicarsi. L’immaginazione è il primo tentativo di un bambino di crearsi un proprio mondo, ribellandosi a quello che neanche conosce ancora, con la speranza di non perderla da adulto. Le storie di Brian Selznick sono un trionfo sensoriale, come dimostrato con Hugo Cabret, e ora in Wonderstruck, sia nella versione cinematografica, per la prima volta adattata dall’autore stesso, che nel libro pubblicato nel 2012 da noi col titolo "La stanza delle meraviglie". Due storie, ambientate nel 1927 e nel 1977, si sviluppano in parallelo nella versione cinematografica di Todd Haynes, presentata in concorso al Festival di Cannes 2017. Con un riuscito stratagemma si ricrea la differenza sensoriale del libro di Selznick: in quel caso immagini e parole, in questo un bianco e nero senza dialoghi e un colore con sonoro. Parlando di valori formali, sorprende ancora una volta lo splendido lavoro di Haynes e dei suoi collaboratori, su tutti il direttore della fotografia Ed Lachman e i costumi di Sandy Powell, nel ricreare lo spirito di un intero decennio. Dopo gli anni cinquanta di Carol, è la contrapposizione fra il dinamismo degli anni venti precedenti alla grande depressione e la disillusione dei settanta che Wonderstruck mette in scena. L’amore per il cinema del passato permette a Haynes di regalare una delizia agli spettatori: un viaggio cinefilo in atmosfere e immaginari, creando un'ulteriore stratificazione in un’avventura tanto complessa narrativamente quanto soddisfacente nel suo disvelamento conclusivo; un giallo in cui non conta chi è l’assassino, ma cosa lega due storie apparentemente così diverse. In comune ci sono due ragazzi che vivono in quattro mura con la voglia di sfondarle, di scoprire cosa c’è nel mondo, addirittura nello spazio, sperimentando con le mani e la fantasia, costruendo oggetti dal valore simbolico e affettivo. Tutto converge verso New York, inesauribile riserva di immaginario, seduttrice e traditrice di ogni sogno degli adulti, costringendo i ragazzi ad avventurarsi da quelle parti per sciogliere nodi irrisolti. Wonderstruck porta avanti con rigore la sua scelta di farci affezionare ai protagonisti senza quasi l’ausilio dei dialoghi, con un lavoro sorprendente sul sonoro e la musica, stordendoci con una continua variazione sensoriale, chiudendoci in interni dalle ombre lunghe, ma vincendo la sfida di portarci avanti emotivamente grazie al senso più difficile da trasmettere: il tatto. Una matita che disegna su un foglio per non dimenticare l’attrice dei propri sogni, le punte delle dita che rimangono sporche di colla e appiccicose, o uno splendido viaggio nello skyline newyorkese andandone letteralmente a scoperchiare i ricordi e i segreti più nascosti, ma intimi.