La Douleur

La Douleur

Titolo originale: Id.

Quando apparve il libro “La douleur”, nella primavera del 1985, il critico letterario di “Le Monde” fu colpito dalla “violenza glaciale” del testo, una violenza che scaturiva essenzialmente dalla scrittura di Marguerite Duras, ma anche dalla garanzia di autenticità con cui l'autrice aveva certificato la pubblicazione del  suo romanzo. Nell'incipit del film di Finkiel, in voce off, l'autrice rievoca la riesumazione dei racconti scritti alla fine e all'indomani della guerra, ritrovati quaranta anni più tardi negli “armadi blu di Neauphle-le-Château”. Con questa citazione, il regista fa suo l'impegno di verità della Duras. Dirà fedelmente, attraverso il cinema, ciò che la scrittrice ha registrato, senza l'idea di pubblicarlo, nel corso degli avvenimenti: la Storia che accade attorno a lei - gli ultimi giorni dell'Occupazione di Parigi, la Liberazione, il ritorno dei prigionieri, la normalizzazione politica - e il corso della sua vita personale - la paura e l'eccitazione della clandestinità, la noia interrotta da slanci di passione che accompagna l'attesa dell'amato, il sollievo e il disgusto da lei provati al ritorno della pace. Due ore più tardi, al termine del film, la promessa può dirsi onorata. Questo materiale compatto, che sembrava impossibile portare sullo schermo, si è srotolato per diventare un film di una bellezza un po' severa, di una delicatezza che rende appropriatamente accessibile la “violenza glaciale” del testo. La voce così riconoscibile che risuonava in ogni pagina del libro è diventata quella di un'altra: la Marguerite impersonata con potenza insospettabile da Mélanie Thierry. La sceneggiatura di Finkiel combina i due primi testi del libro della Duras: il primo, intitolato “La douleur”, è il racconto dell'attesa del ritorno di Robert Antelme, il marito della scrittrice, arrestato e deportato appena prima della Liberazione; il secondo, “Monsieur X. dit ici Pierre Rabier” racconta il rapporto obbligato che la Duras dovette intrattenere con un agente francese della Gestapo, nella speranza di ottenere informazioni sulla sorte del marito. Sullo schermo, questi due elementi si fondono. L'odio che Marguerite prova nei confronti del collaborazionista è un'altra espressione dell'angoscia che le provocano l'assenza del marito e l'incertezza sulla sua sorte. Il film non si allontana mai troppo dal suo focus. Le stesse cause del terremoto storico, l'oppressione nazista, il collaborazionismo, la guerra, infliggono pene diverse: dal martirio sopportato dai deportati all'angoscia quotidiana di una giovane intellettuale parigina, il dolore è onnipresente. Senza mai sottomettersi al rito ritrito della ricostruzione storica, il regista immerge personaggi e spettatori nel grande flusso di fango della Storia. Spesso preferisce l'ellissi - gli è sufficiente un viso tumefatto che attraversa l'inquadratura per rendere palpabile la barbarie nazista -, ma quando occorre (ad esempio per filmare un convoglio di prigionieri che arriva in stazione) sa allargare il campo. Stringendo l'inquadratura attorno alla protagonista, spesso filmata con focali lunghe, in modo che il mondo che la circonda resti inafferrabile, il regista (e il suo operatore Alexis Kavyrchine) riesce a dare una forma percepibile al “fenomenale disordine del pensiero e del sentimento” che la Duras ha creduto di riconoscere quando ha ritrovato il testi di “La douleur”.