I fantasmi di Ismael

I fantasmi di Ismael

Titolo originale: Les fantômes d'Ismaël

“Chi è Ivan Dedalus?” Siamo al Quai d’Orsay a Parigi e vediamo uno stuolo di diplomatici, gente dei servizi segreti, uomini in doppiopetto che corrono in giro per le stanze del Ministero per gli Affari Esteri e ripetono ossessivamente questa domanda: “chi è Ivan Dedalus?”, “È una spia? È un angelo?” dice qualcuno. Le spie, si sa, hanno un’identità incerta, anzi la propria identità se la riscrivono letteralmente in continuazione cambiando nome, documenti, persino aspetti del proprio passato. Inizia così Les Fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin, film d’apertura e fuori concorso a Cannes 70, ennesimo tassello nella filmografia iper-autoreferenziale del regista, dove ancora una volta ritornano gli stessi temi, le stesse questioni, gli stessi nomi, gli stessi paesi di molti altri suoi film. E si inizia subito con una domanda sull’identità di questo enigmatico Ivan Dedalus, proprio perché nei film di Desplechin l’identità è sempre una domanda, un rebus, come in I miei anni più belli, il suo film precedente passato due anni fa alla Quinzaine, che iniziava con la perdita di un passaporto che veniva ritrovato dall’altro lato del mondo. Ma non siamo propriamente in un film di spionaggio, o meglio Desplechin se ne serve soltanto per indagare i fantômes di uno scrittore di film e di opere teatrali, l’Ismaël del titolo (Mathieu Amalric), che sta mettendo su carta la storia di Ivan Dedalus. Bastano una ventina di minuti di film ambientati al Quai d’Orsay che subito veniamo catapultati nello studio di uno scrittore e vediamo i personaggi diventare di carta, la storia diventare una sceneggiatura, il mondo diventare una rappresentazione. Perché il problema, come sempre nei film di Desplechin, è il rapporto tra la scrittura e la vita. Esattamente come in I miei anni più belli, dove Paul amava Esther scrivendole delle lettere, qui Ismaël vive scrivendo il proprio film su Ivan Dedalus. È il modo attraverso cui si prova a dare una soluzione all’enigma della propria identità. Tramite il linguaggio, scrivendo. Tuttavia non tutto si lascia ridurre a parola. Vent’anni prima Ismaël, “egoista e troppo preso dai suoi film”, veniva abbandonato dalla sua giovane moglie di allora, una Carlotta (Marion Cotillard) dal nome hitchcockiano, che un giorno decide di prendere e andarsene da un’altra parte senza addurre alcuna ragione (“non respiravo più”). Il padre di lei anche a distanza di vent’anni glielo rinfaccia ancora – “sei tu che l’hai fatta morire e che hai deciso che fosse morta” – perché è stato Ismaël a decidere di andare all’anagrafe e dichiarare la sua scomparsa e dire che Carlotta semplicemente non esisteva più. Appunto, scrivendo, cioè apponendo la propria firma a un documento che ne dichiarasse la scomparsa (e Les Fantômes d’Ismaël è un film pieno di burocrazia, documenti, dichiarazioni giurate, uffici pubblici). Il problema è che non tutto della vita riesce a essere ridotto a parola e a linguaggio come vorrebbero la letteratura o gli uffici dell’anagrafe. Le cose continuano a esistere anche dopo che ne abbiamo dichiarato l’inesistenza. C’è qualcosa che sfugge al controllo che Ismaël vorrebbe dare al proprio mondo, così come l’amore non è fatto solo di parole ma anche di corpi. Si chiamano appunto fantasmi. E ritornano nelle nostre vite, nonostante tutto. Un giorno allora, quando Ismaël è in ritiro al mare con Sylvia (Charlotte Gainsbourg), la sua donna attuale, per riuscire finalmente a finire il proprio film (ma il film non è per definizione mai finito, perché come si dice a un certo punto bisogna scriverlo “ancora, ancora e ancora”, proprio perché è il mondo che non riuscirà mai a essere ridotto a linguaggio) vede arrivare il “fantasma” di Carlotta.