Alì ha gli occhi azzurri

Alì ha gli occhi azzurri

Nader ha 16 anni e una fidanzata invisa ai genitori e alla legge islamica. Ma a lui, figlio della seconda generazione, non importa niente delle tradizioni, delle proibizioni, delle preghiere in Moschea, quello che desidera veramente lo prende subito, rapinando una drogheria, accoltellando un coetaneo, comprando una fedina e giurando eterno amore sulle note di Gigi D’Alessio. Condivide la sua boria, i suoi pochi anni e i tanti danni con Stefano, compagno di scuola e di ventura, mollato dalla fidanzatina e ostinato a riprendersela. Una notte che diventa giorno e giorni consumati tra la periferia e la città, lungo il Lido di Ostia, dentro la metropolitana, fuori sulla spiaggia, sfuggendo quattro rumeni incazzati a cui ha ferito il figlio, dipanando contraddizioni e chiedendo asilo tra le lacrime a un’innamorata che non sorride più. Muovendo dalla “Profezia” di Pier Paolo Pasolini, Giovannesi richiama fin dal titolo l’Alì del poeta, quel sottoproletariato di cui rimpiangeva l’innocenza perduta dentro un’invisibile rivoluzione conformistica. Il film sposta di senso e di valore la crisi dell’adolescenza, in direzione di uno smarrimento universale prodotto dall’omologazione culturale e dalla mutazione antropologica, evitando il didascalismo sociologico e l’assoluzione compassionevole. Nader è figlio dei nuovi poveri, è il nuovo ragazzo di vita che abita le stesse periferie squallide che ridestano appetiti bestiali e ambizioni borghesi. Nello sguardo di Giovannesi c’è l’orgoglio che il cinema sa dare ai suoi personaggi quando li sente veri e quando sa che il loro ruolo non si esaurisce dentro lo schermo, ma diventa necessario nel mondo che ricomincia dopo la fine del film. Un film commosso e lirico tenuto saldamente al terreno da un piglio rigoroso e politico.