A proposito di Davis

A proposito di Davis

Titolo originale: Inside Llewyn Davis

Impareggiabili cantori dell’America profonda, o di quello che ne rimane, i Coen fanno iniziare il loro film, in medias res come loro solito, dentro un localaccio nel Greenwich Village di New York, il Gaslight Café, dove il protagonista canta accompagnandosi alla chitarra una interminabile folksong, “Hang Me Hang Me” (già premonitrice, nel titolo funesto, del senso dell’intero film). Subito dopo, nel vicolo dietro il locale, in modo del tutto inspiegabile il musicista viene brutalmente percosso da uno sconosciuto infuriato con lui. Ecco che prende le mosse l’odissea del nostro giovanotto, nell’America rarefatta e distratta dei primissimi anni Sessanta. A ben vedere, del resto, tutti i film dei Coen sono altrettante odissee, sia geografiche che spirituali. Il loro è un cinema on the road nel senso profondo del termine, e spesso anche in quello letterale. I loro protagonisti sono esseri umani alla perenne ricerca di qualcosa, come Odisseo; qualcosa che può assumere consistenza materiale (il denaro, ad esempio, una donna o un oggetto); più spesso, è qualcosa di immateriale ma anche più importante: il successo, uno scopo nella vita, il rispetto di se stessi, o addirittura metafisico: qual è il significato della mia esistenza?. Il tutto lottando contro il caos primordiale di un mondo che non sembra affatto curarsi o darsi pena di loro; anzi, appare qualcosa di ostile, di denso, di oscuro. Un mondo che ha le sue propaggini nelle istituzioni (la burocrazia, la politica, il mondo del business, la polizia, la criminalità organizzata…): esse frappongono continuamente ostacoli di ogni tipo e disseminano innumerevoli trappole sulla strada del singolo individuo, mai protetto da diaframmi come la famiglia, o la comunità. Un individuo-monade che finisce per identificarsi con il common man, l’uomo comune, che lotta contro forze che paiono più grandi di lui, moderno Don Chisciotte contro i mulini a vento. Davis insegue anch’egli questo suo piccolo sogno, e cerca di farsi faticosamente strada in un mondo che sembra avercela con lui. Come sovente nei Coen, parte a handicap: infatti, il suo amico e collega si è buttato da un ponte, lasciandolo solo e spaurito. Tutto da qui in avanti sembra coalizzarsi e congiurare contro il giovane cantante: gatti, poliziotti, ambigui grassoni, discografici, donne, freddo e neve, padri malati, burocrati, architetture soffocanti… L’odissea kafkiana di Davis ha anche a che vedere con la filosofia yiddish di chi pensa che esista un Dio terribile e inconoscibile, e che non si possa davvero sapere perché le cose succedano. E perché succedano queste cose proprio a me. Davis è un Big Lebowski con meno ironia protettiva e più malinconia; il suo viaggio disperato e frustrante lungo le strade di un’America degli affanni e non degli affetti meravigliosamente tratteggiata grazie a una serie ininterrotta di luoghi claustrofobici e a condizioni atmosferiche costantemente ostili è quanto di meglio, probabilmente, i Coen abbiano mai prodotto. Dal film promana un’aura spettrale, glaciale (non solo per il clima invernale), che è la migliore immagine di quel disorientamento che rende vano ogni agire individuale o collettivo; l’ “ottusità” e pesantezza heideggeriana delle cose domina su tutto, e non c’è logica in niente. Si può solo seguire l’onda degli eventi, sperando che il caso o la coincidenza decidano a nostro favore. Un mondo dark in tutti sensi, in parte tragedia metafisica sull’imperscrutabilità del reale, in parte spirale sarcasticamente letale che una volta innescata non si può più arrestare.