Sarah & Saleem – Là dove nulla è possibile

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Titolo originale: The Reports on Sarah and Saleem

Sarah e Saleem. Un uomo e una donna. Arabo lui, e lei israeliana. Hanno un affair “là dove nulla è possibile”, nella Gerusalemme scissa dal muro dell’apartheid. Nulla, attenzione, non tutto: fin troppo avvezzo a titoli snaturanti, l’occhio dello spettatore italiano potrebbe facilmente ingannarsi. Invece la scelta della distribuzione gioca, più o meno consapevolmente, sul meccanismo alla base del film. Che non è, come di primo acchito potrebbe sembrare, la storia di una passione proibita. Perché Sarah e Saleem – ed è questa, nel secondo lungo del palestinese Muayad Alayan, la prima carta vincente – non si amano, ma si desiderano, e consumano il proprio desiderio sul retro del furgone di lui, tatticamente parcheggiato per sfuggire a sguardi indiscreti. Ognuno trova nel corpo dell’altro un antidoto: alle velleità carrieristiche di un marito soldato tutto proiettato a bruciare le tappe del cursus honorum e alle pressioni economiche che l’avvento di un primogenito reca con sé. Una storiella: non squallida, non degradante… una storiella solamente. Che diventa una relazione pericolosa quando entrambi sono scorti nel celebre posto sbagliato al momento sbagliato, mentre l’orizzonte del film si apre al thriller politico e la longa manus della (in)giustizia cala, pesante, sulle loro vite. Spostando, tranciando il confine già labile tra privato e pubblico. È un cinema naturalista nei modi e determinista nelle premesse, quello di alayan, che come già in “Amori, furti e altri guai” mette in scena lo scacco di “race, milieu et moment” sui personaggi. Senza però ridurli mai a simboli stilizzati.

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