Zoran, il mio nipote scemo

Zoran, il mio nipote scemo

Ci sono film e attori che ispirano immediata simpatia. E’ il caso di Zoran, il mio nipote scemo, presentato alla Settimana della Critica della recente Mostra di Venezia, e del suo interprete principale, il grosso Giuseppe Battiston. Che impersona con la solita bravura e adesione “fisica” Paolo Bressan, quarantenne alla deriva, cinico e misantropo, professionista del bicchiere di vino (trascorre le sue giornate da Giustino, il gestore di un’osteria in un piccolo paese del goriziano), per nulla pericoloso stalker nei confronti dell’ex moglie da cui si fa invitare a pranzo ogni volta che può, lavoratore scocciato in una mensa per anziani, bugiardo matricolato. Insomma, uno di quei personaggi infingardi e profittatori creati per la prima volta nel cinema italiano da Alberto Sordi nel dopoguerra e poi imitati e copiati un po’ da tutti. Fa tenerezza questo ritorno, da parte di un autore giovane, il trentacinquenne Oleotto enfant du pays (è di Gorizia) qui al suo debutto, all’essenza della commedia all’italiana, un tempo vituperata e ora vista quasi con nostalgico rimpianto, e cioè a uno sguardo insieme cinico e tenero sull’universo dei miserabili descritto attraverso gli occhi di uno di loro. Come sempre in questi casi al buono a nulla capita all’improvviso un’occasione: entra nella vita di Paolo il quindicenne occhialuto Zoran, nipote imbranato lasciatogli in eredità da una lontana parente slovena. Come avrebbe fatto un personaggio di Sordi (come ha fatto in Bravissimo! di Luigi Filippo D’Amico, 1955, in cui scopriva che il figlio di un carcerato possedeva una straordinaria voce da baritono e voleva sfruttarne le qualità), anche Paolo cerca di trarre partito dalla mostruosa abilità del ragazzo di centrare il bersaglio con le freccette. Dopo le prime vittorie nei bar della zona, progetta addirittura di farlo partecipare ai campionati mondiali. Sogna, lui prima ormai rassegnato a un’esistenza mediocre, la possibilità del “colpo grosso”. Più avanti, il film ha una svolta buonista, e Paolo ha l’occasione di riscattarsi. Come nella commedia all’italiana, il personaggio ha così modo di sganciarsi dalla semplice macchietta parodistica dell’inizio, a metà tra farsa e commedia, e di trovare una evoluzione positiva. Non prima di transitare al centro di un intreccio tra egoismi, vanità, contrattempi ed equivoci. Naturalmente, il personaggio di Battiston è anche l’occasione per penetrare un po’ nell’Italia delle piccole città, dello Strapaese, ed anche questo aspetto innesca una certa nostalgia retrò, di quando il cinema non era così omologato come ora, e si suddivideva ancora per zone geografiche, per aree regionali, insomma coltivava al suo interno il gusto per la diversità (perché c’era diversità nella società). Resta del film questa immagine di una congrega di esseri umani concreti e rassegnati, appassionati e rallentati, dilaniati e ironici, silenziosi e logorroici, cinici e teneri appunto: insomma, un bello, dolente spaccato di un’Italietta abbandonata a se stessa, ai propri affanni, alle proprie paure, ai propri deliri, ai propri egoismi. Un mondo che sbiadisce insieme ai suoi abitanti. Con un protagonista occulto: il vino, che fa prendere le decisioni e perdere le occasioni, che confonde, enfatizza, distorce, intristisce o rallegra  la vita.