Whiplash

Whiplash

Titolo originale: Id.

Whiplash significa “colpo di frusta”, ed è a colpi di frusta, precisamente, che l’insegnante del film pensa di trattare per educare il suo giovane allievo. Lo schiocco della frusta è anche lo schiocco di un film che procede a mille all’ora, trascinante ed esaltante, inesorabile ed implacabile verso un finale di enorme suspense. Condito da sequenze elettrizzanti, come quella del brano “Caravan” suonato dal protagonista dopo aver avuto un brutto incidente. Il tutto accompagnato da musiche straordinarie. Andrew, giovane, talentuoso e ambizioso batterista jazz, entra nella classe e nella band di un leggendario e temutissimo insegnante, con i suoi metodi estremi  e sadici. Il canovaccio è quello classico del “farcela”. Il “farcela” è una delle architravi della psicologia e della cultura americana. Se non ce la fai, sei nessuno, entri nella micidiale categoria dei perdenti, i mitici losers. Se ce la fai, hai solamente compiuto il tuo dovere prescritto dall’etica calvinista. Dunque, per aiutare i pivelli a “farcela” occorrono maestri che non risparmino loro nulla, comprese sordide umiliazioni, e, soprattutto, che attizzino la competitività feroce tra gli allievi. Perché il mondo “out there”, là fuori, è spietato e non ammette debolezze o tentennamenti di sorta. E’ ciò che accade in questo film, che aggiorna la formula ben nota del “saranno famosi” alla luce di una spietatezza tutta nuova. Incarnata da un personaggio strepitoso (il sublime interprete è il caratterista J.K.Simmons), che pare la versione da conservatorio musicale del terrificante sergente sadico e sboccato di Full Metal Jacket. Al pari di quello, tratta i suoi allievi come degli incapaci decerebrati, li costringe a eseguire i compiti in modo meccanico fino a trasformarli in robot ossequienti, sempre sotto la minaccia del declassamento e dell’esclusione, a costo di portarne alcuni, come il nostro Andrew e come il soldato Palla di Neve di Kubrick, pericolosamente al limite. Andrew all’inizio è un ragazzo normale, vede Rififì al cinema, ascolta Buddy Rich, corteggia la commessa di un bar. La ragazza, come è di prammatica nei “farcela movies”,  è la prima ad essere sacrificabile. Caduto sotto le grinfie di Vince Shafer, è dapprima costretto a girare le pagine dello spartito del batterista titolare. Viene poi promosso, poi retrocesso, poi di nuovo promosso. Un “up and down” micidiale per la psiche del ragazzo, un saliscendi destabilizzante e massacrante. Il livello di sacrificio richiesto porta perfino a scorticarsi a sangue le mani a furia di picchiare sempre più forte sulla batteria. Lasciamo allo spettatore di scoprire gli ulteriori, sorprendenti sviluppi del plot, non tutti prevedibili per fortuna. Dietro a tutto, inesorabile, ci sta il sempiterno sogno di essere “il migliore”, e il migliore, nell’accezione americana del termine, significa innanzitutto quello disposto a sacrificarsi maggiormente per la riuscita. Conta il talento, certo, ma più ancora conta la volontà di non risparmiarsi nulla. A un certo punto il sogno sembra finito, ma in America il sogno può sempre riprendere, se ti sai dare una mano da solo.