Tutti i nostri desideri

Tutti i nostri desideri

Titolo originale: Toutes nos envies

 

Giovane giudice e madre di due figli, Claire scopre d’avere un tumore, 
e nei mesi di vita che le restano si impegna a render giustizia a Marthe, 
vittima di un istituto di credito dedito all’usura. Un film di guerra fatto 
solo d’amore. É il paradosso di Tutti i nostri desideri, nuova prova del 
regista di  Welcome. Che reinventa il cinema “sociale” fondendo a 
meraviglia il generale con il particolare, ovvero la sofferenza del corpo 
sociale, come si dice, con quella individuale, in cui è molto più facile (e 
persino giusto) identificarsi. Un cast in stato di grazia viene assecondato 
da una regia fine e mai banale capace di imprimerci il messaggio di 
fondo: basta un briciolo di pietas per far sopravvivere l’umanità. Una 
piccola gemma.

Era grande l’attesa, alle Giornate degli Autori di Venezia 2011, per la nuova opera del regista di Welcome: le aspettative sono andate tutt’altro che deluse, tanto che al film è stato tributato un lungo e caloroso applauso. I protagonisti sono due: accanto al ritrovato Vincent Lindon, che qui per hobby non è istruttore di nuoto bensì allenatore di rugby, oltre che magistrato, si ritaglia un ruolo memorabile la delicata Marie Gillain, collega in tribunale e compagna di ventura alla ricerca di un modo per limitare lo strapotere delle banche, che spremono i clienti bisognosi con mutui a tassi da usura, condizioni capestro e una macchina del recupero crediti implacabile. A farne le spese è una madre single (Amandine Dewasmes, volto serafico anche nei momenti più difficili) le cui figlie sono compagne di scuola dei figli di Claire (la Gillain): trovandosela di fronte in udienza, quest’ultima cerca di alleviarne le difficoltà. Ricusata dagli avvocati, venuti a conoscenza del legame tra le donne, il caso passa al più anziano e disilluso collega Stéphane (Lindon), che condivide l’esigenza di proteggere chi non ha mezzi né risorse. I due formano una squadra che riesce a trovare il bandolo della matassa, avviando un iter decisionale che di grado in grado arriverà alla Corte Europea di Giustizia, con stratagemmi e ambizioni pari a quelli degli istituti di credito. Nonostante il caso umano, la vicenda sarebbe un po’ arida se si limitasse all’aspetto creditizio e infatti il film molto efficacemente (liberamente ispirandosi a un romanzo di Emmanuel Carrère) incrocia le attività professionali dei due giudici a un’articolata vicenda familiare, con tanto di malattia implacabile che la giovane magistrata tiene nascosta ai familiari (qui scatta il collegamento con La mia vita senza me di Isabel Coixet), nel frattempo stringendo un legame umano sempre più stretto con il collega. Proprio la sintonia tra i due, configurando un ideale rapporto padre-figlia di solidarietà e condivisione, è il punto di forza della narrazione, che pur affrontando argomenti drammatici, finanche tragici, non perde mai di vista una sobrietà, un pudore uniti a una ricchezza figurativa, a risvolti psicologici che non lasciano indifferenti. Come in Welcome l’aiuto al clandestino che voleva attraversare a nuoto la Manica combinava idealismo e la necessità di riconquistare la stima della ex moglie, così qui due Davide affrontano il Golia dei prestiti al consumo con una rete strettissima di rapporti familiari e di amicizia, legami profondi e di empatia egregiamente tenuti a bada dagli sceneggiatori e da una regia attenta, densa di sviluppi e momenti felicemente descritti (il bagno al lago, la partita di rugby). Tutti i nostri desideri dimostra un’elevata capacità di attrazione con passo felpato ma deciso, tinte tenui che restano impresse, toccante senza essere stucchevole.