The Irishman

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Titolo originale: Id.

The Irishman è la storia di Frank Sheeran, sicario della mafia realmente esistito, reduce dalla Seconda Guerra Mondiale e interpretato da Robert De Niro, e di come sia stato coinvolto nell’omicidio di Jimmy Hoffa, leggendario leader sindacale il cui corpo non fu mai trovato, qui incarnato dal grandioso volto di Al Pacino. Tutto qui, più o meno. Qualche anno fa avremmo creduto che a coprire la poco rassicurante durata di tre ore e mezza sarebbe stata una sfilza di sequenze iconiche, ritmate da un’ironia accompagnata a copiosi getti di sangue e memorabili scambi di dialogo (che in Goodfellas fungono da veri e propri rivelatori psicologici dei personaggi). L’ironia c’è ancora (ed è quella del brillante Steve Zaillian), il sangue pure: a sorprendere è, piuttosto, la voglia di lasciare alle spalle l’indugio sulla violenza, che non manca, ma viene evocata quasi di soppiatto, giungendo persino più decisa agli occhi e alle orecchie di chi volta lo sguardo come la macchina da presa che si posa su una pianta mentre il suono dei colpi di armi da fuoco cadenza i fotogrammi. The Irishman è il film più crepuscolare e intimo di Martin Scorsese: come Clint Eastwood in The Mule, De Niro veste i panni di un uomo diretto verso il capolinea e che, nel tentativo di eludere il naturale arrivo di un epilogo, sembra invece avvicinarlo a ritmo serrato senza nemmeno accorgersene. Lo stile virtuoso che animava i gangster movies di culto del regista negli anni Novanta viene giustamente soppiantato da una regia più calibrata, pacata e a completo servizio della storia di Zaillian, che da sola (scortata, al massimo, da una colonna sonora di estrema eleganza) basterebbe, con l’enorme mole di episodi cardine, a scandire il tempo. Stratificato come nessuna sua opera prima d’ora, il The Irishman di Scorsese suggella la fine dell’epoca cinematografica degli uomini di mafia con il triste racconto di un’amicizia impossibile alla maniera di Donnie Brasco, in cui il dolore era espresso attraverso l’incompatibilità fra la vita del protagonista e quella del Lefty di Al Pacino. Tutto quello che è stato raccontato con il genere del gangster film sedimenta sotto la struttura di un film che ragiona sul concetto stesso di fine: l’opera stessa è suddivisa in tre lunghi atti che, data anche la futura presenza su piattaforma di streaming, invita a considerare una fruizione per episodi, chiudendo ufficialmente un’epoca di cinema “puro” e abbracciando l’idea di future ibridazioni con la serialità.