L'età giovane

Leta giovane 1

Titolo originale: Le jeune Ahmed

PALMA D'ORO PER LA MIGLIOR REGIA AL FESTIVAL DI CANNES 2019

Un tredicenne pronto a uccidere la propria insegnante, in nome del “vero Islam”. Belgio, oggi, Ahmed (Idir Ben Addi) diventa più realista del re, ovvero l’imam di una moschea fondamentalista Youssouf (Othmane Moumen), e mette nel mirino la sua professoressa Inès (Myriem Akheddiou): riusciranno la madre, la sorella Louise, il giudice, lo psicologo, la fattrice che se ne innamora a farlo desistere dal suo proposito omicida, ovvero a penetrare e bonificare le ragioni della sua radicalizzazione islamica? Questo film inizia con un’ascesa - per le scale, di corsa - e finisce con una caduta, dall’alto, in un prato. Se parto da qui, è perché le traiettorie fisiche del protagonista, in Le jeune Ahmed come in tutto il cinema dei Dardenne, sono al contempo la bussola della nostra visione - la messa in scena è interamente definita dai movimenti e dalle soste del personaggio principale - e il centro nevralgico della loro riflessione sulla possibilità che nel mondo, malgrado tutto, ci sia ancora posto per qualche forma malconcia di umanità. A contrastare la quale entra in campo questa volta non la miseria, come in Rosetta e L’enfant, ma l’intolleranza religiosa. Ossessionato dal Corano e plagiato da un imam che butta benzina sul fuoco, il giovane Ahmed del titolo è un ragazzino con un’ansia di purezza che sbatte continuamente contro le pareti del Belgio laico e mondano nel quale si trova a vivere. Da qui la voglia di lavare nel sangue i peccati del mondo, un po’ come Travis Bickle in Taxi Driver e Mishima nel film omonimo (entrambi scritti da Paul Schrader, il cineasta che più di ogni altro, prima dei Dardenne, ha celebrato la dannazione dei puri in un mondo che trabocca imperfezione). Ma Ahmed, a differenza dei suoi predecessori, è appunto jeune, posseduto quindi dalla fragilità interiore di un ragazzino che scambia l’intransigenza per passione e l’intolleranza per amore; e soprattutto, ha l’età giusta perchè i Dardenne credano in lui e ci facciano di conseguenza appassionare al suo lento, tormentato, soffertissimo percorso di redenzione. Avengers dell’anima, i due fratelli belgi, ma senza mai retorica, al netto di effetti speciali e colonna sonora, sempre e solo instancabilmente appiccicati al corpo del ragazzo, alla sua febbrile irrequietezza fisica, che ne esteriorizza una spirituale. Il cinema di chi è sorretto da una fede incrollabile nel genere umano e nell’evidenza delle immagini: come sosteneva Bresson (il maestro di Schrader: c’è qui una linea genealogica in atto, nel segno di una spiritualità sposata all’austerità estetica), l’idea più preziosa del film è anche quella che devi nascondere meglio. Qui è nascosta così bene, fra le pieghe e negli anfratti del corpo acerbo di Ahmed, che si intravede solo nell’ultima, memorabile sequenza. Prima appunto bisogna cadere, anzi precipitare: la drammaturgia di un corpo disteso e inerme che, con l’eloquenza muta del dolore, racconta che sì, alla fine, l’umanità anche questa volta ce l’ha fatta.