Il viaggio di Yao

Il viaggio di Yao

Titolo originale: Yao

Prima ancora di avere scritto una sola riga di sceneggiatura, il regista Philippe Godeau ha proposto a Omar Sy il ruolo da protagonista del film. Vedendo il film, questa scelta si impone con la forza dell'evidenza: l'attore francese di origine senegalese vi interpreta un attore francese che per la prima volta si reca in Senegal, il paese che suo nonno ha lasciato a metà del secolo scorso per cercare fortuna in Francia, prima di ritornarvi a morire. In effetti, Seydou Tall, questa sorta di alter ego che incarna nel film, è uno dei ruoli migliori della sua carriera, nella linea di “Samba” e “Mister Chocolat”: una linea che scava sul tema dello sradicamento. Se nel secondo di questo film Omar Sy interpretava un nero in un mondo di bianchi, nel film di Godeau è un bianco in un mondo di neri: un “bounty”, come lo sfotte il ragazzino Yao, uno “snack” nero fuori e bianco dentro. Infatti, Seydou pensa come un bianco e la logica del Senegal gli sfugge: ci penserà Yao a dargli lezioni di vita. Fiction e docu-film si mescolano: nel racconto della star del cinema francese che decide di rivedere la sua tabella di marcia e lasciare la comfort zone dell'Hotel Radysson di Dakar per riaccompagnare il ragazzino tredicenne suo fan, venuto da lontano per un autografo, nel suo villaggio natio nel nord del paese, non è certo difficile leggere il desiderio dell'attore campione di incassi di dare una svolta alla propria carriera. Lo testimoniano il fatto che Sy è anche co-produttore del film, e soprattutto l'aura malinconica e nostalgica che, dall'inizio alla fine, avvolge il suo personaggio. Godeau filma l'Africa cercando di evitarne i cliché, soprattutto quello sguardo velatamente colonialista che spesso si impone nelle produzioni europee al di là di ogni intenzione. Del resto, l'Africa è stata scoperta dal regista quando era ragazzo, al seguito del padre ingegnere in Mali. E' qui che Godeau ha trovato, oltre alla bellezza dei paesaggi, l'estrema, scioccante libertà dei bambini, e una cultura in cui i concetti di famiglia, di accoglienza e di generosità sono fortissimi. Tutto ciò (la conoscenza intima della parte francofona del continente nero), Godeau lo ha abilmente trasposto in questo suo terzo lungometraggio, a metà strada tra road movie e racconto iniziatico, semplice ma toccante. Quando, ad esempio, il regista filma un taxi che tenta di farsi strada in vicoli affollati per la preghiera del venerdì, oppure una cerimonia ancestrale di dialogo con gli antenati, la frontiera tra fiction e documentario quasi sparisce. L'esigenza di verità, da parte di un cineasta che dichiara di avere come principale fonte di ispirazione i film neorealisti di Maurice Pialat, è evidente: la scena del taxi non era stata scritta, è nata durante i sopralluoghi in auto. Si percepisce l'emozione di vedere tutta quella gente che, assieme, sta pregando “Allah akbar”, quando ormai, in Occidente, si pensa che questa esclamazione non sia che un grido di guerra che annuncia lo scoppio  imminente di una bomba. Al di là dei risvolti personali (dell'interprete principale e del regista), il film si impone, in un'epoca di viaggi forzati dai paesi dell'Africa verso l'Europa in cerca di pace e lavoro, come la celebrazione di un altro modo di vivere, certo più povero economicamente ma più ricco spiritualmente: Yao non capisce, ad esempio, perché Seydou abbia chiamato un clown per animare la festa di suo figlio invece di farlo lui stesso.