Forza Maggiore

Forza Maggiore

Titolo originale: Force Majeure

La settimana bianca sulle Alpi di una famigliola svedese si tramuta in un incubo dopo che una valanga di neve (senza reali conseguenze tragiche) fa esplodere all’improvviso i conflitti e le contraddizioni fra moglie e marito. Un thriller familiare condito con ironia, sarcasmo e senso dell’assurdo, sul quale aleggiano diversi spettri: Bergman, Allen, Buñuel, certamente, ma anche, a tratti, la sadica crudeltà di Haneke. Elegante come il design scandinavo, affilato come un rasoio, spesso esilarante. L’inizio è da piccola borghesia nordica in vacanza, il sogno della socialdemocrazia e dello stato sociale scandinavo, il benessere per tutti. Finché succede l’imprevisto. Sul momento, sembra passata, ciascuno torna al suo tavolo di ristorante sul balcone del resort tra le nevi. Qualcosa in realtà è successo, quasi impercettibilmente: il pater familias ha avuto un cedimento al panico, insomma se l’è filata davanti al pericolo. Tutto per un po’ sembra procedere tranquillamente, la famigliola va a sciare, nella consueta atmosfera rarefatta del luogo. In realtà, la moglie è irritata, nervosa. I figli pure. La valanga ha cambiato qualcosa negli equilibri del modus vivendi borghese/scandinavo. A tavola, con altre coppie dell’albergo, il padre è accusato apertamente di vigliaccheria. Il disagio monta. Se a questa situazione psicologica aggiungiamo un’ambientazione che rammenta quella di Shining (l’Overlook Hotel sepolto nella neve…) e atmosfere sottilmente allarmanti alla Polanski/Haneke (ma il film non abbandona mai del tutto l’ironia e il sarcasmo), capiamo che il malessere dei personaggi si trasferisce un po’ anche su noi spettatori. Quelle piste da sci deserte, poi… Sembra che da un momento all’altro la situazione possa esplodere, che altro di inquietante possa accadere… Il quarantenne regista, uno dei più interessanti oggi in Europa, già autore di splendidi film come Involuntary e Play, purtroppo non distribuiti da noi, ha l’intelligenza di mescolare la suspense con il divertissement, ad esempio quando fa colloquiare le due mogli sulle loro relazioni con gli uomini, tra fedeltà e avventura. In una sequenza, durante una cena, la moglie si siede di spalle separando con la sua schiena l’inquadratura. Östlund è impeccabile in questa estetica del design, in cui ambienti  e spazi e  arredi dell’albergo sono attentamente dislocati all’interno dell’inquadratura: anche le “cose” devono rimandare un senso di minaccia ironica, sono personaggi al pari degli umani. Si scoprono relazioni bislacche e trasgressive, l’uomo barbuto che sta con una giovanetta, la vecchia che sta con lo stallone italiano. Dunque, il film pian piano si svela nel suo significato recondito: la frustrazione sessuale, il desiderio di evasione dalla piatta, socialdemocratica, noiosa esistenza nordica, con tutti i comfort forse ma con un opprimente senso di vuoto e solitudine emotiva. Naturalmente non sveliamo il finale falsamente catartico, perfettamente in tono con ciò che lo ha preceduto.

Alberto Morsiani

Alberto Morsiani