Dom Hemingway

Dom Hemingway

Titolo originale: Id.

Dom Hemingway, abilissimo scassinatore, ha scontato dodici anni di carcere per aver rifiutato di testimoniare contro Ivan Anatoli, un potente boss. Durante il periodo trascorso dietro le sbarre la moglie di Dom, risposatasi con un altro uomo, è morta di cancro. Alla fine della sua pena, dopo aver "regolato" a suo modo i conti con il nuovo compagno della donna scomparsa, Dom si reca con un vecchio amico nella villa in Francia di Anatoli per riscuotere il suo "debito". Dopo aver rischiato, a causa dei suoi eccessi con l'alcool,  di mandare tutto a scatafascio, Hemingway viene ripagato con un'ingente quantità di denaro che però, in seguito ad una notte "brava" conclusasi con un incidente d'auto, gli viene rubata dall'amante di Anatoli. Rientrato a casa, disperato e senza un soldo, l'uomo cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Evelyn (che non lo ha mai perdonato) e di effettuare un ultimo colpo per rimettersi in carreggiata. Un film che inizia con una lunga ode al pene di Jude Law, pronunciata dallo stesso attore, non può che essere già cult. Shepard guarda ad un certo Guy Ritchie per intessere una trama dai contorni bukowskiani in cui è il grottesco a farla da padrone per buona parte del film. Un noir britannico graffiante e intenso che, a dispetto della sua natura da black comedy, non si dimentica della componente drammatica, offrendo uno sguardo intimista e per più versi doloroso/esistenziale sui tormenti del suo protagonista, loser nella vita e pronto a tutto pur di riconquistare il tempo e i rapporti perduti. Droga, sesso e rock'n roll, che sottolineano la cifra stilistica della prima parte, lasciano spazio nell'ultima metà alla spasmodica ricerca di una via d'uscita, prima nel ritorno al vecchio "mestiere", poi nella possibile redenzione, con uno spazio ad un sentimentalismo sincero e mai patetico che tocca l'apice negli ultimi, toccanti, minuti. Violenza, fisica e psicologica, si alternano magnificamente ad un humor sporco e sferzante, esaltato da dialoghi ispiratissimi messi in bocca ad un Hemingway sempre sopra le righe, strafatto di droga o di alcool, con un'esplosione di rabbia e "giustizia", verbale ma non solo, nel convincente epilogo. Una confezione d'eccezione fa da contorno in questo ritratto tragicomico di un uomo ai limiti, con una regia sempre "al posto giusto nel momento giusto" (alcune scene brillano per originalità visiva) ed una realizzazione tecnica di primissimo livello. Dall'eccellente fotografia, capace di regalare suggestivi scorci soprattutto nelle numerose sequenze notturne, sino alla coinvolgente colonna sonora, virata verso il rock d'annata (spunta anche la storica Ace of spades dei Motorhead), il film mostra una qualità tecnica eccellente, che supporta nel migliore dei modi la roboante sceneggiatura. Sceneggiatura che rende amabile un "fottuto" anti-eroe come Dom Hemingway, sempre umanissimo anche nei suoi più controversi eccessi, e che non si dimentica di una tensione emotiva costante che tocca l'apogeo nel surreale passaggio della cassaforte. Un vero e proprio guilty pleasure la cui riuscita sarebbe stata impossibile senza un cast all'altezza. E se i comprimari, dalla già citata Emilia Clarke al fido amico di Doc, interpretato dal grande caratterista Richard E. Grant (Gosford Park, Dracula di Bram Stoker), sono già memorabili, è una delle prove che segnano la carriera, continuamente strabordante, di Jude Law, credibile in un ruolo lontano dai soliti e che lo eleva per l'ennesima volta ad attore di primissimo livello.