Cold War

Cold War

Titolo originale: Zimna wojna

PALMA D'ORO MIGLIORE REGIA CANNES 2018

Dalla Polonia “socialista” dei primi anni '60 di Ida (2013) si retrocede nel tempo alla Polonia della fine degli anni '40 in questo nuovo film del regista, nel cui titolo, nomen omen, sta già il proprio destino. Il bianco e nero della fotografia è lo stesso, rigoroso e appropriato, nei due film. Anche il mood, malinconico e fatale, è il medesimo. L'incipit di Ida, premio Oscar come miglior film straniero, esaltava il suo bianco e nero con l'immagine di alcune suore che mettevano fuori, in mezzo alla neve, la statua di Dio, non gradita al regime. L'incipit di Cold War mette in mostra alcuni musicisti che su un'aia di campagna suonano motivi popolari, violini e zampogne. Sul pulmino si muovono funzionari di partito e un musicologo con registratore alla ricerca del “vero suono del popolo”. Il funzionario lo vediamo dentro una chiesa diroccata,  una scena che fa il pari con quella del Dio tra la neve di Ida. Entrambi i film, dotati di una epica sommessa ma avvincente, sono esplorazioni elegiache della storia patria raccontate con stile composto ma mai pomposo, articolato in lunghe inquadrature immobili. Film sulla Storia che non vogliono essere percepiti come “storici”. Film con una morale ma senza lezioni facili. Film più di poesia che di prosa. Lontani dalla retorica che ha flagellato per decenni il cinema dell'Est Europa. La Polonia è vista dal punto di vista dell' outsider, dal di fuori: senza preconcetti, col filtro di ricordi, emozioni, suoni, immagini. Come in Ida, nella prima parte Cold War rende magnificamente lo squallore della Polonia socialista, i bar, le case, le campagne, i cimiteri, i tabernacoli, i villaggi, i cortili fangosi, i cieli plumbei, i tram affollati, le vecchie utilitarie, le galline. L'attenzione fotografica è spasmodica, la cura dell'illuminazione e delle fonti di luce prende dalla pittura, da Vermeer.  Più avanti, il film si dilata, con la competizione per l'accesso all'Accademia musicale, le audizioni, il reclutamento dei musicisti, il fatale incontro del musicologo con la ragazzina carina con precedenti penali. L'azione si trasferisce in città, la Varsavia del 1951, scoppia la passione tra il musicista e la cantante. Ma il regime vigila occhiuto, nel repertorio bisogna ficcarci le riforme, l'esaltazione del leader, la pace (antiamericana), gli “argomenti più importanti”, come viene detto. Pressioni vengono fatte sulla compagnia perché si ideologizzi, per la gloria di Stalin. C'è un finemente tratteggiato passaggio a Berlino, per il Festival della Gioventù. La tresca rimane nascosta, ma lei forse spia l'amante per conto del partito. L'Occidente, e Parigi, chiamano. Basta con il comunismo. La vita diventa allora una festa, locali jazz, battelli sulla Senna, tabarin affollati di poeti. Ma l'idillio non dura per sempre,. La Politica, e la Guerra Fredda, chiamano, soffocano gli amanti. Pawlikowski ci mostra come sia possibile fornire una brillante lezione di Storia pubblica passando attraverso una relazione amorosa privata lunga una quindicina di anni, tra Oriente e Occidente, comunismo e capitalismo, arte e politica. A tratti, pare che gli eventi storici siano come pretesti per lo sviluppo del romance. Mentre però, alla fine del kolossal stalinista La caduta di Berlino (1950) di Mikail Ciaureli, il Piccolo Padre veniva a dare di persona la sua benedizione davanti alle rovine fumanti del nazismo alla coppia di giovani amanti comunisti che erano sopravvissuti alla seconda guerra mondiale comportandosi da eroi, facendo completamente coincidere Storia e romance nel nome dell'ideologia comunista, nel film di Pawlikowski la “guerra fredda” del titolo non è altrettanto pietosa nei confronti dei suoi due amanti.