American animals

American Animals

Titolo originale: Id.

Versi di animali in sottofondo, un ragazzo si trucca e una scritta compare: «Questo film non è ispirato a una storia vera. Questo film è una storia vera». Così si presenta American Animals, film tratto dalla vicenda di quattro ragazzi che nel 2003 pianificarono un furto di opere di alto valore alla biblioteca della Transylvania University di Lexington in Kentucky. Forse per noia o forse per sperimentare, i quattro si ritroveranno in una giungla ostile tra improvvisazione e criminalità. Tre sono i soggetti attraverso i quali viene ripercorsa la storia: i veri protagonisti della vicenda che, di fronte alla macchina da presa, raccontano i fatti, gli attori in scena che li interpretano e il regista Bart Layton che, attraverso giochi di montaggio, li pianifica, recupera, analizza e restituisce. Già dalle prime immagini compare l’ambiguità attorno alla quale è costruito il film. Il trucco come imposizione di una maschera, accostata ad una dichiarazione di totale veridicità. L’immagine e la parola, per quanto potenzialmente oggettive, restano espressioni arbitrarie. Così come lo sono i concetti di rappresentazione e di messinscena, che nel film ritornano insistentemente. I protagonisti, per esempio, non sono esclusivamente interpretati dagli attori, ma sono a loro volta personaggi-interpreti mascherati da anziani o da uomini d’affari, e gli spazi del film sono ripresi nei fedeli ritratti e modellini realizzati da Spencer. Il concetto di rappresentazione è anche meta-rappresentazione realizzata dal regista stesso che mette in scena, non solo le varie versioni discordanti raccontate dai diretti interessati, ma anche le ipotesi di riuscita del colpo, raccontate dai protagonisti all’interno dello stesso racconto. Quindi, diversamente da come anticipato nelle prime frasi del film, quella di American Animals è una trasposizione, una reinterpretazione; o meglio ancora, un sabotaggio. Come raccontare una storia, come il cinema stesso. L’autore gioca e inganna sul concetto di verità attraverso la natura del film, da sempre di finzione. Layton, al primo lavoro di finzione dopo il documentario L’impostore, lavora soprattutto con il montaggio e con il ritmo: dall’utilizzo allargato del fermo immagine per suggerire una riflessione sui fatti raccontati, all’accostamento cronologicamente libero di sequenze, mosso più da una poetica del sentimento dei protagonisti che da una poetica di fedeltà di cronaca. Costruito attorno al rapporto tra vero e falso nella rappresentazione, American Animals si fa racconto di strade che si aprono in più direzioni, di scelte di vita e dei conseguenti gesti umani, buoni o cattivi, volontari o involontari che siano. Una tema che rimanda inevitabilmente anche alla giovane età dei protagonisti, adolescenti che affrontano situazioni più grandi di loro e che attraverso piccoli gesti e piccole decisioni entrano sempre più in un mondo soffocante e in dinamiche incontrollabili. Come in Climax di Gaspar Noé o in La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo. Con la differenza, però, che qui si parla di una società intera, della sua eterna condizione di incertezza e disumanizzazione.