Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Wajib 3

Wajib - Invito al matrimonio

(Wajib)
(id, Palestina/Francia ) di Anne-Marie Jacir 96'

Abu, il padre, Shadi, il figlio, e Nazareth, la madre. Amata dal padre, un professore palestinese di 65 anni, che ha imparato ad accettare l'occupazione israeliana. Rinnegata dal figlio, che vive a Roma, fa l'architetto e non sopporta che i suoi simili accettino di vivere in quel modo, «senza poter scegliere il modo in cui vivere». Ma tutto questo, per fortuna, il film non lo spiega. La vita, le idee, il passato che brucia, il presente difficile, i rimorsi, i rimpianti, li incontriamo tra una sosta e l'altra del wajib: Amal, figlia di Abu e sorella di Shadi, sta per sposarsi, e l'usanza vuole che gli uomini della famiglia portino gli inviti casa per casa. Il resto del film si svolge in auto, dove padre e figlio duellano in un crescendo di invettive, battute, ricordi, cose dette a metà, offese velate, giri di parole, recriminazioni. Nazareth è tutta intorno a loro e dentro ogni loro parola. E naturalmente è in tutte le case, ognuna con la sua storia e il suo modo di vivere dentro questo paradosso della storia e della politica. Nazareth è una città palestinese ma fa parte dello Stato d'Israele, i palestinesi sono i suoi legittimi abitanti ma vivono come ospiti, la popolazione è formata per lo più da arabi, che per il 68% sono musulmani e per il 32% cristiani. Ma anche queste cose il film non le dice. Perché Annemarie Jacir, arrivata al terzo lungometraggio, ha l'intelligenza di raccontare quel luogo e quella storia dentro le dinamiche di una famiglia complicata e dello scontro fra due generazioni di palestinesi. C'è il giovane che in quel luogo si sente soffocare (a Nazareth gestiva un cineclub, ma per gli israeliani proiettava film sovversivi), che non tollera la sporcizia per strada, l'urbanistica folle, l'ignoranza, la mancanza di gusto per il bello: per lui il padre è uno che si è arreso. E c'è il padre, fedele alla tradizione, che ha imparato ad accettare quella convivenza, che ha lavorato tutta la vita per dare un futuro alla famiglia e costruirsi un'identità e una rispettabilità: per lui il figlio è uno snob staccato dalla realtà. Hanno ragione entrambi e hanno torto tutti e due. Annemarie Jacir non sceglie da che parte stare. Racconta il padre e il figlio con ironia e affetto, dentro un film che ha la parvenza di una commedia, nonostante il contesto drammatico, che scherza con i difetti e le debolezze dei suoi protagonisti, che preferisce mostrare le cose, piuttosto che dirle (la paura non passa per chissà quale sopruso o minaccia, sta tutta dentro la scena in cui viene investito un cane...). Il suo è un realismo semplice e sincero, senza guizzi, che parte da un lento movimento iniziale della macchina da presa ad allargare l'inquadratura, unico "gesto" plateale, e poi si affida a campi e controcampi, alla naturalezza di due interpreti che sono padre e figlio anche nella vita (Mohammed e Saleh Bakir). Che nasce da un'inquadratura nera, dentro una giaculatoria di lutti («Dio accolga la sua anima») e poi si dipana tra presepi e alberi di Natale, in attesa di un nuovo inizio che potrebbe anche non iniziare mai.

coming soon

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