Circuito Cinema - Filmstudio 7B

ixcanul 2

Vulcano - Ixcanul

(Ixcanul)
(id, Guatemala ) di Jayro Bustamante 90'

ORSO D'ARGENTO BERLINO 2015 - VERSIONE ORIGINALE SPAGNOLA SOTTOTITOLATA IN ITALIANO

Maria, una ragazza maya di 17 anni, vive e lavora con i suoi genitori in una piantagione di caffè alle pendici di un vulcano attivo, in Guatemala. Nonostante sogni di andare nella “grande città”, la sua condizione non le permette di cambiare il proprio destino: a breve la aspetta un matrimonio combinato con Ignacio, il supervisore della piantagione. L’unica via d’uscita si chiama Pepe, un giovane raccoglitore di caffè che vorrebbe andare negli Stati Uniti: Maria lo seduce per poter fuggire insieme a lui, ma dopo promesse e incontri clandestini, Pepe se ne va e la abbandona incinta. Più tardi, il morso di un serpente la costringerà a raggiungere quel “mondo moderno” che ha sognato così tanto, e che le salverà la vita. Ma a che prezzo… In Guatemala, alle pendici di un vulcano, vive una comunità maya completamente dedita ad una attività squisitamente agricola, come la raccolta di caffè, sconnessa dal mondo dominato dal ‘discorso’ capitalista, animata da una cultura millenaria che resiste alla colonizzazione della logica dei consumi, installata in una fase dove è ancora operativo il valore d’uso, e la religione cattolica che si pratica è ‘adulterata’ da una variante animista, tipica delle popolazioni rurali. Ciò di cui si tratta nel lungometraggio d’esordio di Jayro Bustamante, Orso d’Argento al Festival di Berlino, è proprio il passaggio dal sacro allo sconsacrato, la perdita dell’innocenza, il genocidio culturale che la civiltà del profitto inevitabilmente compie per sussumere tutte quelle popolazioni che ‘resistono’, e il traffico illecito di minori, piaga che affligge il paese, è la specifica modalità attraverso cui si realizza quel processo di inquinamento e distruzione di un dispositivo culturale che per secoli ha contraddistinto e animato la vita delle popolazioni contadine guatemalteche. Il dialetto maya ancora operativo tra i raccoglitori di caffè è l’altro baluardo contro la normalizzazione della lingua spagnola, tutto -  i volti, le cadenze, gli abiti, la mancanza nelle case di energia elettrica e di acqua potabile - contraddistingue una realtà antropologica ‘altra’, dotata di un’autonomia che, alla faccia del ‘multiculturalismo’ - una delle invenzioni nominalistiche del capitale -, viene negata e, infine, annientata. Il primo piano del volto di Maria con cui si apre il film segnala, sin  da subito, una viseità, avrebbe detto Deleuze, che seduce per la sua semplicità, e non possiede in alcun modo i tratti del comando, ‘i buchi neri’- sempre per rifarsi alla terminologia del filosofo -, anzi il suo è un paesaggio di un volto che fa presagire la purezza ancestrale di un mondo ancora in contatto con la dimensione del sacro, in cui la mancanza della lingua scritta ha preservato la genuinità della tradizione orale, di quella ‘santa’ ignoranza che contraddistingue alcune popolazioni. Probabilmente Pier Paolo Pasolini avrebbe apprezzato questo film, per la sua portata documentaristica rispetto a una dimensione etnica ancora intatta; vedendo Vulcano vengono in mente le splendide sequenze de Le mura di Sana’a, ma anche il meraviglioso incipit di Medea, in cui il centauro ‘mitico’ istruisce Giasone sulla santità della natura e sulla radicalità spaventosa della dimensione del sacro. Vulcano si propone come un’esperienza visiva appagante, come testimonianza di una cultura da salvaguardare, e lo spettatore è convocato a ‘cambiarsi gli occhi’, ad assumere uno sguardo puro che sappia anch’esso custodire la semplicità di un mondo di cui non smetteremo mai di avere nostalgia.

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