Circuito Cinema - Filmstudio 7B

look of silence

The Look of Silence

(Id.)
(id, Danimarca/Indonesia ) di Joshua Oppenheimer 99'

GRAN PREMIO DELLA GIURIA - VENEZIA 2014

A un certo punto, uno dei killer intervistati nel film dice: “Se bevi il sangue delle tue vittime, riesci a non impazzire”. Il fascino dello scioccante documentario di Oppenheimer (quarantenne texano, da alcuni anni in Danimarca), e del suo precedente e complementare The Act of Killing nominato ma scandalosamente non incoronato dall’Oscar, sta soprattutto nella incredibile, oscena faccia tosta esibita dagli assassini seriali sopravvissuti quasi cinquant’anni dopo il bagno di sangue indonesiano nel giustificare  le proprie azioni. Una strategia duplice, la loro. Da un lato, si finge di dimenticare, è passato tanto tempo… Dall’altro, quando vengono messi alle strette, essi si comportano come i nazisti nei confronti dell’Olocausto: la difesa dello stato, l’ubbidienza cieca agli ordini dei superiori… E’ sempre, infatti, colpa di qualcun altro, mai propria. Di un fantomatico Grande Altro, per dirla con Lacan, che poi in realtà non esiste (non esiste il Grande Altro), ma che è in grado di giustificare quasi tutto. Un Grande Altro è ad esempio l’ideologia, in questo caso l’ideologia anticomunista. In nome di essa, oltre un milione di indonesiani vennero orribilmente massacrati a metà anni Sessanta. Con minor tecnologia dei nazisti, usando il machete e non i forni, ma con simile efficacia. I tagliagole non si sentono affatto in colpa, anzi, a tratti emerge il malcelato orgoglio per una missione ben compiuta, per un lavoro svolto con diligente efficienza: proprio come i nazisti con gli ebrei nei campi di sterminio. La giustificazione gerarchica si mescola dunque con quella del piacere sadico di “fare bene il proprio lavoro” per compiacere lo stato, l’Istituzione… Da questo punto di vista, i due straordinari docufilm di Oppenheimer si applicano sì alla questione indonesiana, ma in realtà ci parlano di una situazione umana e psicologica di ogni tempo, di ogni luogo. E’ la vecchia filosofia del Divin Marchese: il migliore dei mondi è quello in cui tutto è consentito, in cui chi vuole fare il proprio comodo è perfettamente in grado di farlo senza limitazioni, in nome del principio del piacere. Uccidere in totale sicurezza può dunque essere davvero una fonte di piacere perverso. Non ci si sente affatto dei vili esecutori (gli squadroni della morte erano infatti foraggiati e protetti dalle divise dell’esercito indonesiano, non dovevano combattere ma soltanto massacrare in modo seriale nemici indifesi) ma al contrario degli “uomini veri” che approfittano giustamente dell’enorme spazio di arbitrio a loro concesso. Si può uccidere impunemente, perché non goderne? Mentre nel film precedente il regista si rivolgeva in prima persona ai massacratori, questa volta utilizza una sorta di intermediario, un ottico il cui fratello è stato come gli altri barbaramente seviziato e poi gettato nel fantomatico Snake River. Costui è una brava persona, disposto ad ascoltare con una certa pazienza i killer; più vendicativa di lui l’anziana madre, che non perdona e che ha sulla groppa anche un marito ormai ridotto a larva umana. Sono i superstiti di un’epoca terribile; ma in questo caso il peso del passato grava sul presente, anche se gli esecutori materiali di una delle tante oscenità ordite dalla Storia nella sua cavalcata impazzita continuano a far finta di niente. Un film obbligatorio da vedere.

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