Circuito Cinema - Filmstudio 7B

still life 2

Still Life


(id, Gran Bretagna ) di Uberto Pasolini 87'

Dal produttore di Full Monty, commedia esilarante e trionfo della vita (agra o grama, non importa…), proviene invece un film, il suo secondo come regia, in apparenza su solitudine e morte. Still Life, nomen omen. Alla fine degli ottantasette minuti, però, si esce con una strana sensazione di leggerezza, che va oltre la commozione. Merito, in buona parte, di quel finale fellinian-chapliniano in cui si esalta la funzione della comunità (di morti/non morti, è lo stesso), la meraviglia del buon vicinato (di tomba, è lo stesso). Un profondo legame si instaura tra chi, finalmente, comprende il significato della vita a partire da quello della morte. L’ometto protagonista del film, che pare l’uomo senza qualità musiliano, in realtà è quello che ha capito tutto. Si ingegna di organizzare il funerale di persone che muoiono senza lasciare nessuno dietro di sé. Assume lui le funzioni, e il sentimento, del parente accorato. Ci voleva un bel coraggio per dirigere un film così, in un’epoca in cui è proprio la morte il grande rimosso a fronte della celebrazione di un vitalismo frenetico e spropositato, fatto anche di benessere, fitness, salutismo ostentato, dietologia, bellezza a tutti i costi, giovinezza procrastinata oltre i limiti del possibile. Davvero, la qualità di una società si può anche giudicare dal valore che attribuisce ai suoi membri. Da vivi, ovvio, ma anche da morti… Il modo in cui trattiamo i defunti è poi il riflesso del modo in cui trattiamo i vivi. In questo mondo sempre più massificato, cloroformizzato, plastificato, cartonato, siliconato, il paradosso è: si è davvero vivi, dopotutto? Non si è già un po’ morti, morti viventi, zombies appunto? La fortuna dei film cogli zombies è proprio quella di portare alla luce del sole quello che è il sottotesto oscuro e minaccioso della nostra vita sempre più esagerata, pompata. Pasolini, nomen omen, mostra di aver perfettamente colto, come il suo antico omonimo, la sostanza necrofoba (necrofila, nel profondo) di una società che, cattivissima, tratta sempre peggio i suoi membri più deboli. E chi c’è di più debole e indifeso di un morto? Ecco dunque che John May, Giovanni Maggio (il mese dei fiori…) diviene il paladino di questi deboli, di queste esistenze volutamente dimenticate, rimosse, gettate nel pattume. Abbiamo paura della morte: Giovanni non solo non ne ha paura, ma la accarezza, la coccola, quasi la invoca; nel far così, partecipa intensamente alla vita, la gode, ne trae piacere anche nei dettagli più insignificanti, fosse solo gustare dei nuovi piatti, recarsi in luoghi che non aveva mai visitato, dividere una bottiglia con dei senzatetto, ritrovarsi, lui così ordinatino, l’appartamento messo a soqquadro… Quando improvvisamente muore, la sua vita magicamente si prolunga, nel foscoliano amore dei nuovi “vicini”. Ecco il paradosso meraviglioso di un film che parla della morte e infine ci parla della vita, di come goderla, di come trarre felicità dalle piccole cose, dai piccoli momenti; e in questo modo non esorcizzarla, la morte, ma comprenderla, nel senso etimologico di “prenderla insieme”, di assumerla nella vita come sua parte integrante, necessaria. Nessuna paura sgorga da questo film; al contrario, felicità, intimità, comunità, un senso profondo di cosa significhi essere un animale umano. Un film sulle relazioni, sulla condivisione, non triste ma tenero, tenerissimo.

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