Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Sognare vivere

Sognare è vivere

(A tale of love and darkness)
(id, USA ) di Natalie Portman 98'

Sullo sfondo degli anni di fine mandato britannico della Palestina e la nascita dello Stato d'Israele, Amos Oz cresce a Gerusalemme con il padre accademico Arieh e la madre Fania, scrittrice e giornalista. Gli Oz sono una delle tante famiglie ebraiche trasferitesi in Palestina dall'Europa durante gli anni Trenta e Quaranta per sfuggire alle persecuzioni razziali. Arieh è cautamente fiducioso per il futuro; Fania, invece, vuole molto di più. Ben presto, infatti, la noia della vita quotidiana inizia a pesare drammaticamente sullo spirito della donna, imprigionata in un matrimonio infelice e intellettualmente soffocata. Per distrarre se stessa e far divertire il piccolo Amos, Fania inizia così ad inventare storie avventurose e a introdurre il figlio al mondo della poesia e della parola. Tuttavia, disillusa e tradita nelle proprie aspettative,  Fania diventerà sempre più malinconica e solitaria fino a scivolare nel buio della depressione… Una madre che parla al figlio. Una mano che si muove nella semioscurità, magicamente. Tutto comincia con un racconto. Da sempre, da che il mondo ha cominciato ad avere e produrre memoria…  I racconti danno forma all’immaginazione e nutrono i sentimenti. Ma qui si parla di un luogo abbandonato, di una terra deserta. E già, immediatamente, la desolazione si offre come controcampo della fantasia e dell’invenzione, il vuoto contro le strutture… Sette anni dopo l’interessante esperimento di Eve, Natalie Portman arriva al lungometraggio, confrontandosi con il fortunato bestseller autobiografico di Amos Oz. Un adattamento, dunque, un’operazione che pone questioni di fedeltà, adesione di sguardi, appropriazione. Ma, innanzitutto, un ritorno a casa. Il fatto che, seguendo i percorsi di Oz, la Portman racconti gli anni turbolenti e memorabili della nascita di Israele appare come la volontà di tracciare un albero genealogico che parta dal principio, dalle origini di una storia e di una nazione… Fino a scavare nella memoria segreta delle parole, nei legami nascosti delle cose, tra le etimologie che raccontano strutture di pensiero, visioni del mondo, metafisiche e morali. Così come già in Eve, lo sguardo della Portman sembra riconoscere nel passato il tempo della famiglia. E quindi il luogo delle relazioni più profonde e decisive, dei dolori più atroci e incancellabili. Ma anche il terreno fertile di ogni ispirazione e vocazione. A poco a poco vengono a comporsi i tasselli di una poetica, ancora molto parziale, ancora di superficie, ma già evidente. Al punto che la figura di Oz scompare ben presto dall’orizzonte, per lasciar spazio ad altri bisogni, altre prospettive più personali. La Portman si appropria del suo mondo con decisione, fugando ogni rischio di asservimento. E perciò non meraviglia che, a conti fatti, la vera protagonista del film sia lei, nei panni della madre Fania, la “magica narratrice” sconvolta dall’ordinario squallore di un mondo lontano anni luce dal sogno. È una specie di proiezione totale, in cui l’attrice mette in gioco se stessa con una visceralità coraggiosa, facendo aderire sguardo e corpo, mente e cuore.

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