Circuito Cinema - Filmstudio 7B

singstreet

Sing Street

(Id.)
(id, Irlanda ) di John Carney 105'

I film sugli studenti  che formano una band musicale, di norma, risultano più amabili di ogni altro genere di film, e Sing Street non fa certo eccezione, anzi. John Carney ha diretto un film che torna alla quintessenza del filone: la storia di un coming of age  si colora di fascino grazie al cameratismo musicale, alla buffa creazione di video pop, al romanticismo che mette assieme aspirazioni di vita e obiettivi sentimentali, amicizia e voglia d’evasione. Il film, che guarda un po’ al precedente di The Commitments, è un piccolo soffio di aria fresca, ottimista e rivitalizzante. Un “feel good movie”, come recita la pubblicità, di quelli che si ha voglia di rivedere appena usciti dal cinema. Carney piazza la sua cinepresa nella Dublino anni ’80, sullo sfondo dei grandi standard pop rock che inondavano all’epoca, attraverso gli walkman e i lettori K7, le orecchie dei giovani (The Cure, Duran Duran, A-ha, Joe Jackson), tra la magnificenza mascarata di questi gruppi neoromantici e la trepidante attesa settimanale delle classifiche di Top of the Pops, facendoci compiere un vero e proprio esilarante viaggio nel tempo; elegge a proprio eroe Conor, un timido quindicenne  con genitori sull’orlo del divorzio iscritto a una brutale scuola di Christian Brothers  piena di abusi e bullismo in un quartiere popolare, che, sedotto dalla vista di una ragazzina cool, la misteriosa Raphina, si mette in testa, per conquistarla, di formare una band musicale. Ed ecco che la musica crea una fuga da un privato depressivo e da una penosa scuola pubblica in cui la violenza delle relazioni tra gli allievi va di pari passo solo con il disprezzo che gli insegnanti manifestano per la loro stessa funzione. Carney evita però accuratamente l’aspetto di dramma sociale; preferisce di gran lunga offrire al proprio pubblico una sorta di fiaba quasi onirica (lo testimonia l’ultima sognante inquadratura del film, e più in generale il ritmo del racconto costantemente punteggiato dalle canzoni originali che fanno avanzare con facilità ed evidenza i suoi snodi narrativi). Il regista evita anche i soliti cliché del filone, concentrandosi piuttosto sulla creatività artistica e sulla sincerità con cui i giovani protagonisti comunicano tra loro. Scrivere delle canzoni appare dunque come un mezzo tra gli altri di esprimersi. Il film diventa in questo modo, insieme, semplice ed universale, può parlare a tutti, un po’ come è riuscito a fare un classico della cultura pop anni ’80 a cui si strizza qui a più riprese l’occhio (vedi la superba sequenza del ballo), Ritorno al futuro. Una commedia sulla realizzazione dei desideri, sull’idealismo, sulle aspirazioni, sulla conquista delle ragazze, sul pensiero che far parte di una band può risarcirci della mancanza di soldi ed anche di look fisico. Del resto, quante celebri carriere artistiche hanno avuto ai loro inizi proprio questo carburante? Con la musica si può costruire un futuro migliore, ma i ragazzi del film non sembrano così sicuri di abbandonare le altre cose della vita: gli esami, le prospettive di carriera. Questo fatto dà più verità, non meno, al film. In effetti, Conor, che sta tutto il giorno nella sua camera da letto cercando di scrivere tristi canzoni basate sui litigi dei genitori che è costretto a sentire, è circondato da modelli di fallimento maschile: il fratello maggiore Brendan, un dropout che ama le droghe; il padre Robert, uomo arrabbiato, miserabile. Conor, e il film, si dibattono tra felicità e tristezza, che, in una commedia musicale, è un po’ come dire tra fantasia e realtà. Al pari di una grande pop song, il film sembra finire troppo presto.

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