Circuito Cinema - Filmstudio 7B

2015110362

Ritorno alla vita

(Everything will be fine)
(id, Germania ) di Wim Wenders 100'

 

James Franco è Tomas, un novellista il cui coinvolgimento in un incidente che provoca la morte di un bambino causerà importanti conseguenze a tutte le persone che lo circondano. In seguito a un mancato (o tentato?) suicidio, romperà con la fidanzata, la bella Sara (Rachel McAdams), incapace di penetrare la psiche di uno scrittore alle prese con un ego monomaniacale e col pesante senso di colpa che segue un assassinio. Parallelamente a quella di Tomas, scorre anche la vicenda dell’impenetrabile Kate (Charlotte Gainsbourg), un’illustratrice che a differenza del protagonista non raggiungerà mai il successo, consumata dal dolore della perdita del primo figlio nel fatale incidente. Al secondogenito Chrstopher (Rober Naylor) il compito di reggere sulle sue giovani spalle il pesante fardello di essere sopravvissuto all’incidente in cui l’amato fratello perse la vita. 
A volte la vita riserva a certe persone un trattamento particolare, nel bene e nel male. A volte fortuna e sfortuna, come due volubili dee, paiono divertirsi a premiare o a tormentare qualcuno in particolare. Altre volte tocca al destino mettere al centro una persona ed eleggerla a protagonista di un suo racconto personale e bizzoso. È quello che accade a Tomas, scrittore in crisi che, al ritorno sotto una tempesta di neve dal rifugio dove si era riparato alla ricerca della vena creativa, si trova coinvolto suo malgrado in un incidente terribile. Potrebbe essere la fine di tutto, invece quel momento diventa quello della rinascita, della fortuna e dell'affermazione personale. Ma può la fortuna di una persona essere costruita sulle macerie sentimentali di tutti quelli che gli stanno attorno? E, sopratutto, può il senso di colpa finire in un angolo così remoto dell'animo tanto da sparire e affiorare solo a tratti? Wenders con Ritorno alla vita ci racconta dodici anni della vita dello scrittore e di tutte le persone che, toccate da lui, finiscono per essere coinvolte in un disegno inintellegibile, se non dal di fuori. E solo dopo che il tempo narrato ha permesso agli spettatori di comprendere il dipanare degli eventi. “Il cinema è capace di mettere al sicuro l’esistenza delle cose”: così il teorico ungherese degli anni venti, Béla Balàzas, si esprimeva  a proposito della funzione del cinema, e Wim Wenders fa sua questa lezione, cercando, in un’epoca di proliferazione di immagini spazzatura, di preservare e costruire quelle che riescono ancora a dare consistenza ad un reale sempre più evanescente. Franco supera magnificamente la difficile sfida di recitare la parte di un uomo incapace di avere un rapporto diretto con la realtà, costretto a mediare i propri sentimenti con l’ausilio della macchina da scrivere, o proteggendosi dietro il vetro di una finestra. A metà strada tra le anime grigie di The Dubliners e l’insoddisfazione di Madame Bovary, il protagonista trascorre gran parte delle sue giornate a vedere la vita che scorre, interrogandosi e vivendo di riflesso, senza agire in prima persona. In questo senso l’importanza della scrittura e della catarsi che ne consegue, è funzionale a sollevare interessanti interrogativi sul labile confine tra finzione e vita e sulla liceità della prima di utilizzare eventi della seconda come spunto creativo.

James Franco è Tomas, un novellista il cui coinvolgimento in un incidente che provoca la morte di un bambino causerà importanti conseguenze a tutte le persone che lo circondano. In seguito a un mancato (o tentato?) suicidio, romperà con la fidanzata, la bella Sara (Rachel McAdams), incapace di penetrare la psiche di uno scrittore alle prese con un ego monomaniacale e col pesante senso di colpa che segue un assassinio. Parallelamente a quella di Tomas, scorre anche la vicenda dell’impenetrabile Kate (Charlotte Gainsbourg), un’illustratrice che a differenza del protagonista non raggiungerà mai il successo, consumata dal dolore della perdita del primo figlio nel fatale incidente. Al secondogenito Chrstopher (Rober Naylor) il compito di reggere sulle sue giovani spalle il pesante fardello di essere sopravvissuto all’incidente in cui l’amato fratello perse la vita. A volte la vita riserva a certe persone un trattamento particolare, nel bene e nel male. A volte fortuna e sfortuna, come due volubili dee, paiono divertirsi a premiare o a tormentare qualcuno in particolare. Altre volte tocca al destino mettere al centro una persona ed eleggerla a protagonista di un suo racconto personale e bizzoso. È quello che accade a Tomas, scrittore in crisi che, al ritorno sotto una tempesta di neve dal rifugio dove si era riparato alla ricerca della vena creativa, si trova coinvolto suo malgrado in un incidente terribile. Potrebbe essere la fine di tutto, invece quel momento diventa quello della rinascita, della fortuna e dell'affermazione personale. Ma può la fortuna di una persona essere costruita sulle macerie sentimentali di tutti quelli che gli stanno attorno? E, sopratutto, può il senso di colpa finire in un angolo così remoto dell'animo tanto da sparire e affiorare solo a tratti? Wenders con Ritorno alla vita ci racconta dodici anni della vita dello scrittore e di tutte le persone che, toccate da lui, finiscono per essere coinvolte in un disegno inintellegibile, se non dal di fuori. E solo dopo che il tempo narrato ha permesso agli spettatori di comprendere il dipanare degli eventi. “Il cinema è capace di mettere al sicuro l’esistenza delle cose”: così il teorico ungherese degli anni venti, Béla Balàzas, si esprimeva  a proposito della funzione del cinema, e Wim Wenders fa sua questa lezione, cercando, in un’epoca di proliferazione di immagini spazzatura, di preservare e costruire quelle che riescono ancora a dare consistenza ad un reale sempre più evanescente. Franco supera magnificamente la difficile sfida di recitare la parte di un uomo incapace di avere un rapporto diretto con la realtà, costretto a mediare i propri sentimenti con l’ausilio della macchina da scrivere, o proteggendosi dietro il vetro di una finestra. A metà strada tra le anime grigie di The Dubliners e l’insoddisfazione di Madame Bovary, il protagonista trascorre gran parte delle sue giornate a vedere la vita che scorre, interrogandosi e vivendo di riflesso, senza agire in prima persona. In questo senso l’importanza della scrittura e della catarsi che ne consegue, è funzionale a sollevare interessanti interrogativi sul labile confine tra finzione e vita e sulla liceità della prima di utilizzare eventi della seconda come spunto creativo.

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