Circuito Cinema - Filmstudio 7B

HRUTARRAMSStill

Rams - Storia di due fratelli e otto pecore

(Hrútar)
(id, Islanda ) di Grímur Hákonarson 93'

Nelle sequenze che aprono il film, la gara annuale del montone più bello viene vinta per un soffio, grazie alla muscolatura posteriore leggermente più robusta del primo arrivato sul secondo: le due bestie derivano peraltro dallo stesso ceppo. Anche i proprietari sono consanguinei: due fratelli, Gummi e Kiddi. Vivono in due fattorie distanti pochi passi, ma non si parlano da 40 anni. Se devono assolutamente comunicare, si scambiano lettere usando come postino un cane pastore. Non siamo informati del perché di questo astio – del resto, le saghe letterarie nordiche sono colme di queste storie infinite di risentimenti feudali, odi familiari, conflitti di clan, che sono in grado di sostenersi soltanto su se stesse, sulla loro capacità di durare. L’incipit del film echeggia questa logica, sprofondiamo nel bel mezzo di una faida che dura da sempre e per sempre sembra durare. I due fratelli si comportano in modo diverso: Gummi aspetta che la cena esca dal forno a microonde, si taglia le unghie sulla vasca da bagno. E’ ombroso, reticente anche con gli amici più intimi. Gummi vuol tenere le persone fuori dalla sua casa, ed è il maggior responsabile del lato comico del film – una comicità surreale, a tratti irresistibile, anche se non vengono sacrificati i dettagli di colore locale (senza mai cadere nel folklore, anzi). Kimmi è più estroverso, beve come una spugna e costringe il fratello a soccorrerlo mentre se ne sta disteso in mezzo alla neve. Sì, perché siamo nella gelida Islanda, dove è difficile scaldarsi il cuore  se non aiutandosi con l’alcol. Anche i sentimenti paiono messi in ghiaccio, e per scongelarli occorre che succeda un piccolo disastro, e cioè un’infezione ovina. Di fronte alla minaccia, il piccolo mondo arcaico è costretto a muoversi, e così si muovono le alleanze ed anche le fratellanze. Miracolosamente, il film riesce ad essere buffo, pieno di comicità slapstick, e tragico, di una tragicità esistenzialista che si nutre di figure umane e animali, spesso confuse tra loro, sparpagliate in un paesaggio vasto e glabro. Figure in un paesaggio di cui le inquadrature dal basso colgono il peso affaticato di cieli eternamente grigi. La maestà desolata della natura islandese è interrotta dalle abitazioni, in composizioni prosciugate dal colore: inquadrature tipiche della remota campagna islandese. Anche gli interni posseggono la stessa familiarità evocativa: si veda quel barattolo di piselli verdi Ora usati per la cena di Natale, o la maglietta di Gummi con uno strappo sul gomito. Se la storia sembra senza tempo, è proprio grazie ai dettagli del design, ostinatamente fedeli al cliché estetico dell’Islanda rurale – gli unici oggetti del film che sembrano provenire dal nostro secolo sono gli autocarri. Invece, il soggetto del film è molto contemporaneo, e va al di là dello stereotipo degli islandesi campagnoli teste dure e indipendenti a oltranza. Infatti, il mondo là fuori spezza l’arcaismo e irrompe con l’economia globale che costringe l’isola a guardare fuori da se stessa. Allora, anche i due fratelli, cocciuti nella faida atavica come i loro montoni cornuti, così resistenti a ogni cambiamento nello stile di vita, devono muoversi per resistere alle difficoltà economiche ed esistenziali di un mondo che perde abitanti ogni anno, diretti a sud. Il film, naturalmente, si muove con loro, fino al lirismo del finale. Burlesco, commovente, secco, malinconico, il film ha trionfato a Cannes vincendo il Certain Regard..