Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Qualcuno da amare2

Qualcuno da amare

(Like someone in love)
(id, Francia/Iran/Giappone ) di Abbas Kiarostami 109'

L’ultimo film di Kiarostami racconta una storia semplice ma che possiede profonde implicazioni. Esse iniziano fin dal titolo (quello di una classica song di Hollywood, “Like Someone in Love”, scritta da Jimmy van Heusen e Johnny Burke). Nel corso di tutta la carriera, Kiarostami ha intrecciato tra loro apparenza ed essenza, ha filmato la performance e l’interpretazione come la vera sostanza del personaggio. In questo film, anche più di altre volte, egli lega l’aspetto di una persona, un oggetto, una città, al cuore stesso dell’esistenza. E’ bellezza che ha un cuore di oscurità; le superfici non sono mai state così carezzevoli, così allettanti, così amorevoli. Però il mondo che descrive è basato sul controllo e sulla paura, sulla coercizione e sul rifiuto, sul dolore e sulla rinuncia, sul pericolo e sulla violenza. A partire dalla sublime sequenza che apre il film. Essa avviene in un bar ed è centrata sul voice-over di una donna. Senza chiarire il soggetto della conversazione, una donna afferma di non stare mentendo e respinge le insistite richieste di prova da parte di chi la sta chiamando – anche se l’immagine, connessa alla voce, minaccia di essere essa stessa una sorta di inganno, proprio come la storia di cui si parla nel film. Una storia che ruota attorno a due personaggi: Akiko, una studentessa universitaria che si prostituisce. Il suo magnaccia la spedisce da un cliente, Takashi, un uomo anziano, che, quando lei arriva a casa sua, si comporta non come un cliente ma come qualcuno che è innamorato, offrendole una cena a lume di candela. E Noriaki, il ragazzo di Akiko, che la sospetta di tradimento. Come in molti dei film di Kiarostami, buona parte dell’azione avviene all’interno di automobili. Due momenti in particolare, due sequenze di stupefacente bellezza e profondità. Nella prima, Akiko è in taxi e passa vicino alla statua fuori dalla stazione dove l’attende la nonna: undici minuti girati dal punto di vista della ragazza, che, in una singola vibrante intima esperienza, abbracciano tutta la città e catturano un intero vortice di passione. La sequenza che segue – il mattino dopo, quando Takashi conduce Akiko a scuola – è molto più breve, più semplice, ma ancor più virtuosistica. E’ una delle scene più quietamente deliranti del cinema recente: mostra il cielo e le nuvole, e le forme curve e sinuose dei cavalcavia dei sobborghi gentili che si riflettono sul finestrino della vettura. L’effetto è di grandeur shakespeariana, di un universo fuori controllo, che sembra, letteralmente, essere sradicato dal proprio asse nell’istante in cui questa strana coppia, che poi non è una coppia, si trova ad essere riunita, a percorrere la strada assieme, in modi che nessuno dei due può sospettare. Emozioni vaste, cosmiche, che sorgono da una scena con poca azione e praticamente nessun dramma. Miracolosamente, le cose si mostrano proprio come esse appaiono – ogni sospetto è giustificato, ogni albero reca frutti, ogni preoccupazione porta a una calamità – e questa litania angosciante conduce al centro emotivo del film: la grande idea di Kiarostami di cosa sia essere innamorati. Significa farsi coraggio, compiere ciò che è necessario per mantenere un legame, sopportare ciò che deve essere sopportato, e, ad ogni prezzo, conservarlo.  Kiarostami, con saggezza, offre non solo  immagini dei personaggi e dell’azione ma quelle della vita come tale. La fusione istantanea di pensiero filosofico, dettagli intimi e visione cinematografica rende questo film uno dei migliori in tempi recenti.

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