Circuito Cinema - Filmstudio 7B

PRIDE

Pride

(Id.)
(id, Gran Bretagna ) di Matthew Warchus 120'

L’epoca Thatcher, gli anni Ottanta, continua ad attirare in modo irresistibile i cineasti britannici. Naturalmente per dirne il peggio possibile, anche se tanto accanimento contiene, forse, una oscura, segreta lama di oscena (nel senso etimologico di fuori-scena) fascinazione. La malvagia Thatcher suscita sentimenti violenti e contrastanti, e convoglia, tra le righe, una qualche forma di nostalgia per un’era in cui, più nel male che nel bene, l’Inghilterra era comunque al centro dell’attenzione del mondo. Col film di Warchus torniamo dunque al 1984, ancora una volta al leggendario sciopero dei minatori che doveva mettere alla prova la durezza della Thatcher e decretarne il trionfo. L’incrocio bizzarro che si realizza nel film è quello tra gli attivisti del movimento gay, allora agli albori, e i minatori gallesi: il nuovo e il sempre uguale collidono e sprizzano scintille, che il film si incarica di descrivere e sottolineare con grande e colorita verve. I primi, quando diviene chiaro che la Thatcher vuole spezzare lo sciopero affamandone letteralmente i partecipanti, si mettono in testa un’idea pazza e pericolosa: manifestare in concreto solidarietà con la lotta dei secondi, nel nome della comune ostilità al regime thatcheriano e della salvaguardia dei diritti fondamentali al lavoro e alla felicità. Ecco allora che, dopo una raccolta di soldi in un gay bar di Londra, parte alla volta di un paesino gallese dal nome impronunciabile un allegro autobus carico di variopinti “diversi”, gay e lesbiche. Come è ovvio, l’accoglienza dei minatori è freddissima: nulla parrebbe più lontano da loro di quella strampalata e bislacca fauna umana. Galeotto è il ballo, che avvicina le due comunità. Il circolo ricreativo dei minatori diviene il luogo di una socializzazione che nessuno avrebbe potuto prevedere. Seguono manifestazioni di orgoglio gay, concerti di beneficenza e di solidarietà coi Bronski Beat. La sconfitta dei minatori, nel marzo 1985, coincide con l’esplosione della ribellione gay, a  segnare una continuità ormai necessaria tra lotte sociali tradizionali e nuove lotte per i diritti civili. Come sempre, il pubblico si mescola al privato, laddove uno degli esponenti del movimento gay trova infine la forza di ribellarsi alla famiglia che lo opprime e disprezza. E’ ora la volta dei miners a venire a solidarizzare, in pullman, con i gay che sfilano per i loro diritti. Un gioiellino di romcom, come chiamano quelli di Hollywood la commedia romantica, basato su un episodio autentico e poco conosciuto fuori dalla Gran Bretagna, che si colloca  a metà strada tra un Giù al nord molto più divertente e un Priscilla, la regina del deserto meno sovreccitato. Soprattutto, un vibrante appello alla fraternità umana e sociale, che riesce a realizzarsi in buona parte grazie  alle donne che si dimostrano più intelligenti dei loro uomini (il machismo è una brutta bestia). Il film gioca con l’intera gamma dell’esotismo culturale, facendo esplodere l’eccentricità in un oceano di normalità intristita ed appoggiandosi ad alcuni “numeri” strepitosi come quello di Dominic West, finora epitome di virilità e qui rivestito di pashmina. In effetti, il “working class hero” di mitica lennoniana memoria può anche non indossare necessariamente una tuta…

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