Circuito Cinema - Filmstudio 7B

pompei

Pompei

(Pompeii)
(id, Gran Bretagna ) di Neil MacGregor 89'

v.o. sottotitolata in italiano

Pompei è il raro esempio di un’occasione culturale offerta dal cinema per interfacciarsi direttamente con la classicità, o per meglio dire con ciò che ne rimane oggi presso il pubblico in termini di conservazione e diffusione. A dir poco interessante anche se non del tutto inedito, dunque, che una Mostra del British Museum possa  essere vista da quante più persone possibile grazie alla mediazione del grande schermo. È con dovizia di particolari, gusto letterario, precisione scientifica delle ricostruzioni grafiche e perfino un po’ di sano umorismo, proprio di chi è in grado di spaziare in un argomento con una conoscenza tale da coglierne le infinite direzioni, che Pompei racconta la vicenda delle due cittadine sommerse e spazzate via nel 79 d.C. dal Vesuvio. Riuscendo letteralmente a ridare vita, attraverso il sempiterno binomio parola/immagine, a due città tra le più famose e significative del passato dell’umanità. Il direttore del British Museum Neil McGregor apre così le porte agli occhi delle telecamere, che s’inoltrano curiose nel patrimonio sconfinato di queste testimonianze della civiltà imperiale, i cui resti sono per gli studiosi materia preziosa d’analisi e somma ragione d’interesse. Anche gli oggetti più piccoli e apparentemente insignificanti tra quelli ritrovati tra le rovine riescono infatti a rivelare un intero mondo, apparendo tanto più rilevanti quanto più collegati alla quotidianità diretta e all’uso ordinario e pratico cui erano destinati, presumibilmente o con buona certezza. Utensili, oggetti, ma  anche esseri viventi veri e propri: un cane aggrovigliato nella morsa della lava e rimasto in quella posizione per migliaia di anni, un intero nucleo familiare immortalato mentre viene sterminato dalla colata implacabile. Gli studi archeologici che Pompei ci restituisce, proprio come il cinema, rubano alla realtà e ne protraggono oltre misura la cassa di risonanza, creando anche in questo caso delle proiezioni, dentro il tempo e allo stesso tempo fuori da esso, in grado di parlare a noi contemporanei proprio perché fissate nella loro immobilità come spilloni conficcati in un cuscino. Pompei sarà anche portavoce di un’idea di museificazione cinematograficamente laccata e convenzionale, autopromozionale e televisiva (nel finale si ammicca all’App Store del Museo, in parte rompendo l’incanto e l’incredula sospensione della visione). E di sicuro è del tutto estraneo alle pulsioni vitali, romantiche, filosofiche e ancestrali di Werner Herzog e del suo Cave of Forgotten Dreams, per citare uno degli esempi  più luminosi in materia degli ultimi vent’anni (almeno). Però è un prodotto onesto e lodevole oltre che lodabile, che può beneficiare di ottimi e stimolanti esperti dotati di una capacità d’esposizione accattivante e affabulazione davvero notevoli. Tra di essi una menzione speciale è da tributare sicuramente a Mary Beard, una delle più grandi classiciste del Regno Unito (celebri i suoi interventi sul Time), esperta di sesso, cibo e politica nell’antica Roma e autrice di un blog spesso provocatorio come A Don’s Life. Il buon successo che Pompei ha riscontrato al botteghino, molto più di qualsiasi lode o bollino di qualità certificata provenienti da chicchessia, dovrebbe suscitare in qualcuno ben più che una riflessione.

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