Circuito Cinema - Filmstudio 7B

PerfectDayA

Perfect Day

(A perfect day)
(id, Spagna ) di Fernando Leòn De Aranoa 105'

In un momento chiave del vecchio film sul generale Patton, George C. Scott passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, esclama: “Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita”. La guerra come pulsione primaria e ambivalente della nostra specie, come pulsione cioè dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l’amore e la solidarietà. James Hillman ci ha scritto un libro molto bello, “Un terribile amore per la guerra”. A questa oscura fascinazione forse l’unico modo “sano” di reagire è l’arma della satira, della presa in giro, del grottesco. Nel cinema, ci ha provato per primo Ernst Lubitsch con Vogliamo vivere. Sono seguiti Stanley Kubrick con Il dottor Stranamore e Robert Altman con M.A.S.H.. Al film di Altman sembra rifarsi soprattutto questo dello spagnolo Fernando León de Aranoa, commedia nera che si sforza di esorcizzare con l’ironia la micidiale realtà della guerra. Siamo nel 1995, da qualche parte dei Balcani. Su un muro sta scritto “Welcome to Hell”, tanto per chiarire. Ma c’è una tregua nei combattimenti. I veterani del soccorso umanitario Mambrú e B cercano di dare una mano. Da anni solcano sulle loro quattro ruote gemelle le strade sterrate della Bosnia. Aiutati dall’interprete Damir e da un paio di collaboratrici, Katya e Sophie, cercano di combinare qualcosa di buono. Ma i loro sforzi finiscono spesso nel ridicolo, sembrano le fatiche di Sisifo. Si ride, dunque, in questo film, e la guerra resta intanto sullo sfondo. Riappare, sotto traccia, nei panni di un cadavere di un obeso che bisogna ripescare da un pozzo, o sotto forma delle onnipresenti mine che si annidano sotto la superficie del terreno, e del film. C’è, nel film, una poetica delle piccole cose, che sia la ricerca di una corda o di un pallone da football. Come se proprio le piccole cose potessero allontanare l’incubo, l’incubo della Storia, come diceva il Dedalus di James Joyce. E’ la cifra vincente del film: il sorriso ironico applicato alle piccole cose, ai piccoli gesti di grande valore e umanità. Riportare l’acqua potabile in una zona diventa il supremo dei compiti, questione di vita o di morte. Il grottesco è solo sfiorato, in alcuni momenti, come la sequenza dell’attraversamento di un pezzo di strada senza farsi saltare per aria con l’auto: passiamo da destra o da sinistra?  Il regista gioca da par suo con la labirintica complessità della vita, gioie e dolori, pianto e riso mischiati assieme. I nostri antieroi si sforzano, in modo sovente ridicolo, di portare un po’ di ordine nel caos generale. Gli Eurythmics sembrano sbeffeggiarli quando in colonna sonora cantano la loro cover di “Sweet Dreams”. Seguiamo i loro sforzi, parteggiamo, sorridiamo. Prendiamo parte alle loro relazioni, perché anche in guerra ciò che conta devono rimanere, appunto, le relazioni tra umani, uomini e donne, da salvare a ogni costo. Si tratta, d’altronde, del “giorno perfetto”. Anche se, estremo sberleffo comico, fuori sta pure piovendo...

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