Circuito Cinema - Filmstudio 7B

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Paterson

(Id.)
(id, USA ) di Jim Jarmusch 115'

Minimalismo on the road ed estraniazione dei personaggi sono le due caratteristiche che più amiamo nei film di Jarmusch, ormai ultrasessantenne dell’Ohio, autore acclamato dai cinefili da tre decadi, a partire dal bianco e nero indipendente di Stranger than Paradise. Un autore di assoluta coerenza, che ha sempre fatto il cinema che gli piaceva fare. Il suo ascetismo ricorda quello di registi da lui prediletti, come gli europei  Bresson e  Dreyer e i giapponesi Ozu e Mizoguchi. I suoi personaggi, come il Paterson del film, vagano per il piacere di farlo, osservano questo mondo “triste e meraviglioso”, come una volta per tutte veniva definito in Stranger than Paradise, nei suoi più minuti dettagli. Assaporano le piccole cose della vita, spesso accompagnati dalla musica jazz e punk-rock o da monologhi che sostituiscono fuori campo i dialoghi. Oppure dai versi di un poeta: qui, William Carlos Williams, autore del lavoro che si intitola come la cittadina del New Jersey e come il protagonista. Paterson è, insieme, poeta e autista di un autobus che compie sempre il medesimo percorso. Le due cose, infine, coincidono, perché guidando l’autobus Paterson si fa ispirare per i versi che compone e che, la sera, recita alla mogliettina/musa Laura (la Laura di Petrarca?), ragazzina con velleità artistiche e gastronomiche in perenne attesa col bulldog Marvin nella casetta del suburb industriale, tra tunnel e gasometri. Paterson va in giro compiendo gli stessi gesti, lei non sembra uscire quasi mai da casa. Il legame tra i due è garantito proprio dalla poesia, che si sostituisce a una visione complessiva del mondo e delle relazioni umani e sociali. E’ chiaro che questa è una utopia: Paterson descrive un mondo quasi ideale, in cui non c’è quasi conflitto né differenza tragica di alcun tipo (a parte il giovane innamorato armato del bar). Un mondo perfettamente circolare, che, proprio come l’autobus, sembra compiere un “loop”, fare un giro e ritornare indietro fino al  punto di partenza, in un eterno ritorno del sempre-uguale, per scomodare il filosofo. Del resto, se c’è un cinema “filosofico” è proprio quello di Jarmusch, in cui la fonte d’ispirazione principale è la ricerca del fuori-sincrono della vita, della qualità poetica dell’esistenza (la poesia è proprio ciò che eccede il comune sentire), il gusto del rintracciare la piccola eccezione che svela l’arcano, fino a  sfociare talvolta nel grottesco e nel surreale (non è questo il caso).  Lo spazio scenico di Paterson coincide con quello del personaggio principale, sembra quasi una ideazione sua, una proiezione concreta  del suo desiderio di fare poesia di ogni cosa. I piccoli dettagli bizzarri, come il tormentone sui “gemelli” che si ripropone continuamente, non sono affatto fuori posto: anzi, concorrono con la loro “diversità” all’armonia generale.  Uno spazio scenico ripreso con inquadrature fisse (la camminata mattutina di Paterson, il frontale sulla casetta, il bar) o comunque ridotte a un uso “in sottrazione” della macchina da presa, proprio per realizzare  un’unica fisicità anonima e incolore per gli interni e gli esterni. I luoghi americani dei film di Jarmusch, da New York a Cleveland a Memphis a Detroit, spesso non-luoghi privi di storia e identità, i bar i motel i sobborghi le gas station della banalità baudrillardiana, sono scorci muti e periferici, tali perché devono soltanto riflettere la bellezza dello spirito dei personaggi, siano essi antichi vampiri o moderni samurai, turisti giapponesi, musicisti,  comuni e non comuni, e, come qui, autisti di autobus con la poesia nel cuore. Comunque, esseri umani.