Circuito Cinema - Filmstudio 7B

passo falso

Passo falso

(Piegé)
(id, Francia/Italia ) di Yannick Saillet 76'
Un piede inavvertitamente poggiato su una mina russa a doppio scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il deserto afgano con le sue asperità. Un camion carico di eroina e un ostaggio bendato. Un piccolo plotone appena sterminato, una radio che funziona a singhiozzo e una tempesta di sabbia in arrivo. E poco più di un’ora di film a disposizione.
Che il genere di appartenenza di questa vicenda ad altissima tensione sia la survivalist-story è chiaro come un mattino d’estate, e da cinéphile che a diciassette anni ha venduto la macchina dei genitori per finanziare il suo primo cortometraggio, Yannick Saillet lo sa bene, talmente bene che, prima di mettersi all’opera, scartando l’ossessiva ricerca dell’inquadratura perfetta tipica di un regista di videoclip, aveva già stabilito di dividere il suo breve racconto in venti sequenze di pari durata profondamente diverse l’una dall’altra: alcune più mosse, altre più pacate, nell'insieme regolate da una calcolata alternanza fra dialoghi e silenzi, inquadrature ravvicinate e campi lunghi, rinnovata speranza e nera disperazione. Per giudicare Passo falso bisogna dunque partire dalla padronanza del linguaggio cinematografico di un filmmaker che sul set si muove come un topo nel formaggio e dalla mancanza, forse, di quella gioiosa spontaneità che rende un unicum ogni opera prima, nei pregi e nei difetti. Interpretato con misura da Pascal Elbé, il soldato francese Denis ha poco di valoroso. E' un uomo che ha tradito un compagno d’armi, che non sa come disinnescare l’ordigno e che decide quasi immediatamente di affidarsi al volere del destino, confidando nell’intervento di un deus ex machina che, se arrivasse, riporterebbe Passo falso nel dominio dell’entertainment, privandolo di quel vago sapore da b-movie che comunque è una delle sue facce, se non altro per l’ingegnosità con cui viene sfruttato il budget ridotto. Non è mai noioso Passo falso, per Denis che deve restare immobile e per noi che siamo nei suoi occhi socchiusi per la troppa luce e ci reggiamo sulla sua gamba traballante e in preda ai crampi. Sul suo piccolo palcoscenico di dolore si alternano fugaci apparizioni: un cecchino, un bambino e un gruppo di donne coperte da burka celesti che, come Madonne rinascimentali, rendono per un istante liquido, suggestivo e femminile il paesaggio, salvo poi ritrasformare la poesia in cronaca brutale nel momento in cui portano silenziosamente via la droga. Figlio di un militare, Yannick Saillet delle domande sulla guerra se l’è fatte certamente, e lasciando per un attimo la scena a un comandante meschino che vorrebbe appropriarsi dell’eroina, non ha voluto ignorare la stupidità e la superficialità dell’uomo occidentale, che furbescamente traffica per ottenere una medaglia al valore, che al coraggio ha sostituito l’apatia e la noia e che come nome in codice sceglie Akela (il lupo de "Il libro della Giungla" e, negli Scout, il capo dei Lupetti e delle Coccinelle), senza rendersi conto che l’Afghanistan non è un campo da gioco ma di battaglia, e che le armi non sono di plastica, ma di ferro. E sparano. E uccidono.
Un piede inavvertitamente poggiato su una mina russa a doppio scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il deserto afgano con le sue asperità. Un camion carico di eroina e un ostaggio bendato. Un piccolo plotone appena sterminato, una radio che funziona a singhiozzo e una tempesta di sabbia in arrivo. E poco più di un’ora di film a disposizione.
Che il genere di appartenenza di questa vicenda ad altissima tensione sia la survivalist-story è chiaro come un mattino d’estate, e da cinéphile che a diciassette anni ha venduto la macchina dei genitori per finanziare il suo primo cortometraggio, Yannick Saillet lo sa bene, talmente bene che, prima di mettersi all’opera, scartando l’ossessiva ricerca dell’inquadratura perfetta tipica di un regista di videoclip, aveva già stabilito di dividere il suo breve racconto in venti sequenze di pari durata profondamente diverse l’una dall’altra: alcune più mosse, altre più pacate, nell'insieme regolate da una calcolata alternanza fra dialoghi e silenzi, inquadrature ravvicinate e campi lunghi, rinnovata speranza e nera disperazione. Per giudicare Passo falso bisogna dunque partire dalla padronanza del linguaggio cinematografico di un filmmaker che sul set si muove come un topo nel formaggio e dalla mancanza, forse, di quella gioiosa spontaneità che rende un unicum ogni opera prima, nei pregi e nei difetti. Interpretato con misura da Pascal Elbé, il soldato francese Denis ha poco di valoroso. E' un uomo che ha tradito un compagno d’armi, che non sa come disinnescare l’ordigno e che decide quasi immediatamente di affidarsi al volere del destino, confidando nell’intervento di un deus ex machina che, se arrivasse, riporterebbe Passo falso nel dominio dell’entertainment, privandolo di quel vago sapore da b-movie che comunque è una delle sue facce, se non altro per l’ingegnosità con cui viene sfruttato il budget ridotto. Non è mai noioso Passo falso, per Denis che deve restare immobile e per noi che siamo nei suoi occhi socchiusi per la troppa luce e ci reggiamo sulla sua gamba traballante e in preda ai crampi. Sul suo piccolo palcoscenico di dolore si alternano fugaci apparizioni: un cecchino, un bambino e un gruppo di donne coperte da burka celesti che, come Madonne rinascimentali, rendono per un istante liquido, suggestivo e femminile il paesaggio, salvo poi ritrasformare la poesia in cronaca brutale nel momento in cui portano silenziosamente via la droga. Figlio di un militare, Yannick Saillet delle domande sulla guerra se l’è fatte certamente, e lasciando per un attimo la scena a un comandante meschino che vorrebbe appropriarsi dell’eroina, non ha voluto ignorare la stupidità e la superficialità dell’uomo occidentale, che furbescamente traffica per ottenere una medaglia al valore, che al coraggio ha sostituito l’apatia e la noia e che come nome in codice sceglie Akela (il lupo de "Il libro della Giungla" e, negli Scout, il capo dei Lupetti e delle Coccinelle), senza rendersi conto che l’Afghanistan non è un campo da gioco ma di battaglia, e che le armi non sono di plastica, ma di ferro. E sparano. E uccidono.
Un piede inavvertitamente poggiato su una mina russa a doppio scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il deserto afgano con le sue asperità. Un camion carico di eroina e un ostaggio bendato. Un piccolo plotone appena sterminato, una radio che funziona a singhiozzo e una tempesta di sabbia in arrivo. E poco più di un’ora di film a disposizione.
Che il genere di appartenenza di questa vicenda ad altissima tensione sia la survivalist-story è chiaro come un mattino d’estate, e da cinéphile che a diciassette anni ha venduto la macchina dei genitori per finanziare il suo primo cortometraggio, Yannick Saillet lo sa bene, talmente bene che, prima di mettersi all’opera, scartando l’ossessiva ricerca dell’inquadratura perfetta tipica di un regista di videoclip, aveva già stabilito di dividere il suo breve racconto in venti sequenze di pari durata profondamente diverse l’una dall’altra: alcune più mosse, altre più pacate, nell'insieme regolate da una calcolata alternanza fra dialoghi e silenzi, inquadrature ravvicinate e campi lunghi, rinnovata speranza e nera disperazione. Per giudicare Passo falso bisogna dunque partire dalla padronanza del linguaggio cinematografico di un filmmaker che sul set si muove come un topo nel formaggio e dalla mancanza, forse, di quella gioiosa spontaneità che rende un unicum ogni opera prima, nei pregi e nei difetti. Interpretato con misura da Pascal Elbé, il soldato francese Denis ha poco di valoroso. E' un uomo che ha tradito un compagno d’armi, che non sa come disinnescare l’ordigno e che decide quasi immediatamente di affidarsi al volere del destino, confidando nell’intervento di un deus ex machina che, se arrivasse, riporterebbe Passo falso nel dominio dell’entertainment, privandolo di quel vago sapore da b-movie che comunque è una delle sue facce, se non altro per l’ingegnosità con cui viene sfruttato il budget ridotto. Non è mai noioso Passo falso, per Denis che deve restare immobile e per noi che siamo nei suoi occhi socchiusi per la troppa luce e ci reggiamo sulla sua gamba traballante e in preda ai crampi. Sul suo piccolo palcoscenico di dolore si alternano fugaci apparizioni: un cecchino, un bambino e un gruppo di donne coperte da burka celesti che, come Madonne rinascimentali, rendono per un istante liquido, suggestivo e femminile il paesaggio, salvo poi ritrasformare la poesia in cronaca brutale nel momento in cui portano silenziosamente via la droga. Figlio di un militare, Yannick Saillet delle domande sulla guerra se l’è fatte certamente, e lasciando per un attimo la scena a un comandante meschino che vorrebbe appropriarsi dell’eroina, non ha voluto ignorare la stupidità e la superficialità dell’uomo occidentale, che furbescamente traffica per ottenere una medaglia al valore, che al coraggio ha sostituito l’apatia e la noia e che come nome in codice sceglie Akela (il lupo de "Il libro della Giungla" e, negli Scout, il capo dei Lupetti e delle Coccinelle), senza rendersi conto che l’Afghanistan non è un campo da gioco ma di battaglia, e che le armi non sono di plastica, ma di ferro. E spaavvertitamente poggiato su una mina russa a doppio scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il deserto afgano con le sue asperità. Un camion carico di eroina e un ostaggio bendato. Un piccolo plotone appena sterminato, una radio che funziona a singhiozzo e una tempesta di sabbia in arrivo. E poco più di un’ora di film a disposizione.

Un piede inavvertitamente poggiato su una mina russa a doppio scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il deserto afgano con le sue asperità. Un camion carico di eroina e un ostaggio bendato. Un piccolo plotone appena sterminato, una radio che funziona a singhiozzo e una tempesta di sabbia in arrivo. E poco più di un’ora di film a disposizione. Che il genere di appartenenza di questa vicenda ad altissima tensione sia la survivalist-story è chiaro come un mattino d’estate, e da cinéphile che a diciassette anni ha venduto la macchina dei genitori per finanziare il suo primo cortometraggio, Yannick Saillet lo sa bene, talmente bene che, prima di mettersi all’opera, scartando l’ossessiva ricerca dell’inquadratura perfetta tipica di un regista di videoclip, aveva già stabilito di dividere il suo breve racconto in venti sequenze di pari durata profondamente diverse l’una dall’altra: alcune più mosse, altre più pacate, nell'insieme regolate da una calcolata alternanza fra dialoghi e silenzi, inquadrature ravvicinate e campi lunghi, rinnovata speranza e nera disperazione. Per giudicare Passo falso bisogna dunque partire dalla padronanza del linguaggio cinematografico di un filmmaker che sul set si muove come un topo nel formaggio e dalla mancanza, forse, di quella gioiosa spontaneità che rende un unicum ogni opera prima, nei pregi e nei difetti. Interpretato con misura da Pascal Elbé, il soldato francese Denis ha poco di valoroso. E' un uomo che ha tradito un compagno d’armi, che non sa come disinnescare l’ordigno e che decide quasi immediatamente di affidarsi al volere del destino, confidando nell’intervento di un deus ex machina che, se arrivasse, riporterebbe Passo falso nel dominio dell’entertainment, privandolo di quel vago sapore da b-movie che comunque è una delle sue facce, se non altro per l’ingegnosità con cui viene sfruttato il budget ridotto. Non è mai noioso Passo falso, per Denis che deve restare immobile e per noi che siamo nei suoi occhi socchiusi per la troppa luce e ci reggiamo sulla sua gamba traballante e in preda ai crampi. Sul suo piccolo palcoscenico di dolore si alternano fugaci apparizioni: un cecchino, un bambino e un gruppo di donne coperte da burka celesti che, come Madonne rinascimentali, rendono per un istante liquido, suggestivo e femminile il paesaggio, salvo poi ritrasformare la poesia in cronaca brutale nel momento in cui portano silenziosamente via la droga. Figlio di un militare, Yannick Saillet delle domande sulla guerra se l’è fatte certamente, e lasciando per un attimo la scena a un comandante meschino che vorrebbe appropriarsi dell’eroina, non ha voluto ignorare la stupidità e la superficialità dell’uomo occidentale, che furbescamente traffica per ottenere una medaglia al valore, che al coraggio ha sostituito l’apatia e la noia e che come nome in codice sceglie Akela (il lupo de "Il libro della Giungla" e, negli Scout, il capo dei Lupetti e delle Coccinelle), senza rendersi conto che l’Afghanistan non è un campo da gioco ma di battaglia, e che le armi non sono di plastica, ma di ferro. E sparano. E uccidono.

Che il genere di appartenenza di questa vicenda ad altissima tensione sia la survivalist-story è chiaro come un mattino d’estate, e da cinéphile che a diciassette anni ha venduto la macchina dei genitori per finanziare il suo primo cortometraggio, Yannick Saillet lo sa bene, talmente bene che, prima di mettersi all’opera, scartando l’ossessiva ricerca dell’inquadratura perfetta tipica di un regista di videoclip, aveva già stabilito di dividere il suo breve racconto in venti sequenze di pari durata profondamente diverse l’una dall’altra: alcune più mosse, altre più pacate, nell'insieme regolate da una calcolata alternanza fra dialoghi e silenzi, inquadrature ravvicinate e campi lunghi, rinnovata speranza e nera disperazione. Per giudicare Passo falso bisogna dunque partire dalla padronanza del linguaggio cinematografico di un filmmaker che sul set si muove come un topo nel formaggio e dalla mancanza, forse, di quella gioiosa spontaneità che rende un unicum ogni opera prima, nei pregi e nei difetti. Interpretato con misura da Pascal Elbé, il soldato francese Denis ha poco di valoroso. E' un uomo che ha tradito un compagno d’armi, che non sa come disinnescare l’ordigno e che decide quasi immediatamente di affidarsi al volere del destino, confidando nell’intervento di un deus ex machina che, se arrivasse, riporterebbe Passo falso nel dominio dell’entertainment, privandolo di quel vago sapore da b-movie che comunque è una delle sue facce, se non altro per l’ingegnosità con cui viene sfruttato il budget ridotto. Non è mai noioso Passo falso, per Denis che deve restare immobile e per noi che siamo nei suoi occhi socchiusi per la troppa luce e ci reggiamo sulla sua gamba traballante e in preda ai crampi. Sul suo piccolo palcoscenico di dolore si alternano fugaci apparizioni: un cecchino, un bambino e un gruppo di donne coperte da burka celesti che, come Madonne rinascimentali, rendono per un istante liquido, suggestivo e femminile il paesaggio, salvo poi ritrasformare la poesia in cronaca brutale nel momento in cui portano silenziosamente via la droga. Figlio di un militare, Yannick Saillet delle domande sulla guerra se l’è fatte certamente, e lasciando per un attimo la scena a un comandante meschino che vorrebbe appropriarsi dell’eroina, non ha voluto ignorare la stupidità e la superficialità dell’uomo occidentale, che furbescamente traffica per ottenere una medaglia al valore, che al coraggio ha sostituito l’apatia e la noia e che come nome in codice sceglie Akela (il lupo de "Il libro della Giungla" e, negli Scout, il capo dei Lupetti e delle Coccinelle), senza rendersi conto che l’Afghanistan non è un campo da gioco ma di battaglia, e che le armi non sono di plastica, ma di ferro. E sparano. E uccidon

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