Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Omicidio al Cairo

Omicidio al Cairo

(The Nile Hilton Incident)
(id, Svezia/Danimarca/Germania ) di Tarik Saleh 107'

Il genere noir ha questo di buono, che può essere adattato ad ogni luogo e situazione. E’ un canovaccio che prevede una inchiesta, condotta o da un poliziotto o da un detective privato, che svela nidi di vipere dietro apparenze più o meno eleganti, spesso con risvolti che si allargano ad ambienti politici e coinvolgono valori di moralità e illegalità, delitto e castigo. Desiderio di potere e denaro e corruzione sono le sue vestali. Il confine tre legge e crimine è labile. Il curioso e appassionante noir egiziano di Tarik Saleh soddisfa appieno queste coordinate e segue da vicino il dispositivo classico. Abbiamo il poliziotto della tradizione, Noredin Mustafa, un detective della polizia del Cairo. Come spesso accade a personaggi di questo tipo, è un solitario,  vive in una cameretta con la tv difettosa. E’ una figura ambigua, al limite tra bene e male: intasca mazzette a più non posso. L’inchiesta che si trova a dover condurre parte dall’omicidio di una donna in un albergo di lusso della capitale, il Nile Hilton. Ecco il contrasto sociale tipico del noir: la stanzetta squallida del poliziotto, l’hotel lussuoso luogo del crimine. La vittima è una cantante che sembra avere una relazione con un ricco imprenditore che è anche membro del parlamento. Ecco, quindi, il legame con la corruzione della politica che si nutre di denaro e potere. Poi c’è il contesto, che arricchisce il tutto: siamo infatti a gennaio 2011, alla vigilia dei fatti di piazza Tahrir, alla tv si vede il faccione di Mubarak. Tutti gli ingredienti sono serviti in tavola, con tanto di condimenti gustosi: non manca neppure l’altro topos del genere, il testimone del crimine da proteggere, una cameriera sudanese senza permesso di soggiorno. Sulla scena del delitto, Mustafa prontamente si infila in tasca di nascosto il denaro della vittima, dando prova ancora che non siamo certo alle prese con un personaggio integerrimo. Ma questo è un altro canone del noir. A questo punto, parte l’inchiesta, che si dipana faticosamente tra ricatti, perentori inviti a lasciar perdere e archiviare da parte dei superiori collusi, molti altri morti ammazzati, foto compromettenti, traffici di denaro, un killer spietato, un pizzico di sesso, retate etniche della polizia, auto bruciate, servizi segreti in azione, parecchie anime nere anche imprevedibili. Nel contempo, succedono due cose: Mustafa, pian piano, sembra acquisire una nuova coscienza di ciò che accade attorno a lui, e si sviluppano le vicende politiche e sociali, con lo scoppio della rivolta di piazza Tahrir, gli scontri per le strade. Con un finale davvero sorprendente e avvincente, nel quale confluiscono all’improvviso tutti i numerosi fili della vicenda, tra pubblico e privato, moralità e immoralità, colpa ed espiazione. Ma ciò che davvero rende godibile questo film, che ha vinto il   Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, è l’ambientazione estremamente realistica e, insieme, appropriatamente iconica del genere noir (basta lasciarsi andare col pensiero e con lo sguardo transitando idealmente  da New York e Los Angeles a una metropoli mediorientale ed è fatta): vicoli notturni, suq affollati, club erotici (dove avviene un brutale omicidio alla Blow Out), locali di fumatori di narghilè, hotel dove il lusso nasconde vizio e corruzione, stazioni di polizia. In questo paesaggio urbano insieme particolare e generale si aggira, con sguardo sempre più smarrito, il protagonista, alla ricerca di un senso perduto delle cose ed anche di se stesso.