Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Neruda

Neruda

(Id.)
(id, Cile ) di Pablo Larraìn 107'

Il Grande Poeta urina, e intanto inveisce contro Videla. 1948, lussuosi gabinetti del Parlamento di Santiago del Cile. L’incipit del geniale film di Larraín chiarisce subito che Neruda sarà anche un poeta, ma è un tipo tutto sommato piuttosto prosaico, o, almeno, la prosa ha grande spazio nella sua biografia. Un tipo, insieme, narcisista ai limiti dell’autocaricatura (all’inizio lo vediamo agghindato come un Lawrence d’Arabia in salsa latinoamericana), e terrestre, terreno, sanguigno. La sua lotta contro il dispotismo e il fascismo, la sua adesione al comunismo, si colorano di mille sfumature, dal vittimismo alla vanagloria; però il personaggio nella lettura di Larraín non diventa mai antipatico, anche quando si atteggia (quasi sempre). Il politico si confonde col  letterato, tra bordelli e salotti, preti e contadini, ma la parte preferita di Neruda, quella che ama interpretare sopra ogni altra, è quella del finto negletto, dell’emarginato, del fuggitivo. E qui c’è l’altra grande invenzione del regista, la figura del suo immaginario biografo Peluchonneau, il detective che si costruisce una esistenza fittizia ed eroica proprio a partire dalla figura che diviene altrettanto mitica della sua preda. Una preda che, come i miraggi nel deserto, continua a sfuggirgli, a spostarsi, oggetto del desiderio, appena un po’ più in là quando il cacciatore le si avvicina. Un gioco a rimpiattino che dura per l’intero film, con un finale surrealista ma assolutamente “vero”. Per certi versi, il film non è in effetti su Neruda ma proprio su Peluchonneau,  e coincide con la sua narrazione di un Neruda immaginario, costruito su misura. I due narcisismi di scontrano e si sostengono a vicenda, all’interno di un film-feuilleton in cui entra di tutto, dai circoli politici all’on the road, prigioni e  deserti di sale (a proposito di miraggi…), seconde mogli aristocratiche argentine e prime mogli svampite olandesi, Picasso e Pinochet, marxismo e calici di champagne, sbornie e cavalcate nella neve. Non un biopic ma un film assolutamente geniale, visionario al limite estremo, che anticipa quell’altro “medaglione” che Larraín ha dedicato subito dopo a un’altra icona del Novecento, Jacqueline Kennedy. La regia è, insieme, frenetica e astratta, come del resto la musica importantissima, a sottolineare da un lato  il tourbillon della Storia in cui il personaggio-Neruda è immerso e  coinvolto talvolta malgrado lui, dall’altro il sospetto ben fondato che tutto non sia che una sorta di teatrino dei pupi, una messa in scena stravagante per soli due spettatori non paganti, il Cacciatore e la Preda. La Storia, a partire dai Grandi Temi e dalle Ideologie, ridotta a proiezione dei desideri inconsci di alcuni suoi attori: forse è più maestra di vita questa che quella scritta sui manuali scolastici.

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