Circuito Cinema - Filmstudio 7B

NEBRASKA

Nebraska

(Id.)
(id, USA ) di Alexander Payne 110'

“Crede a quello che le persone gli dicono” E’ l’epitaffio rivolto nel film a Woody, anziano con i capelli arruffati, vestito da barbone, l’aria suonata, forse un po’ di Alzheimer, in testa, alla fine, un ironico berrettino con la scritta derisoria “Prize Winner”... Il protagonista incarna il sogno sgualcito di un’America ancora a misura d’uomo, rintracciato on the road come si conviene alla tradizione, magari sulle note di un song di Bruce Springsteen e sulle orme di un altro Woody, Guthrie. Potrebbe, il film, intitolarsi “Highways” in ricordo del film che segnò il successo di Payne, Sideways. Sempre di arterie si tratta, e qui Payne, dopo la California minore dei vini e le Hawaii di Paradiso amaro, ritorna al prediletto Ovest di A proposito di Schmidt. Lì, il pensionato Jack Nicholson guidava da Omaha (la città natale di Payne, e di Marlon Brando) fino a Denver, Colorado, sulle tracce di perduti affetti famigliari. Qui, Woody è accompagnato dal figlio sulla strada da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, per ritirare un fantomatico premio che esiste solo nella sua immaginazione. Lungo la strada, sosta a Hawthorne, dove stanno alcuni famigliari e vecchi amici. I film di Payne si assomigliano tutti: viaggi fisici e mentali alla ricerca di affetti o ricordi lasciati alle spalle, di un nuovo senso di appartenenza e di esistenza, ed anche la riscoperta di un’America nostalgica, lost and found. Woody appartiene a questa idea di America romantica, lasciata indietro dal progresso e dalla globalizzazione; un’America profonda dei sentimenti che ha poco a che vedere con l’America delle superfici luccicanti e della “banalizzazione” di un Baudrillard (o di un Quentin Tarantino). Un’America dei vinti fieri di esserlo, dipinta in un bianco e nero mozzafiato, reminiscente (anche per il vento che spazza le strade) di classici come L’ultimo spettacolo (ma viene in mente anche, nell’odissea di un anziano che si sposta a fatica per ritrovare perduti affetti, il capolavoro di Lynch, Una storia vera). Payne, come Lynch, possiede grandi capacità visive e di costruzione dell’immagine: il film è una gioia degli occhi e dei sensi nei modi in cui, alla Walker Evans, inquadra e fotografa l’insegna di un motel, un cielo annuvolato, il rettilineo di una strada perso nel nulla, la targa di una chiesa, un gruppo di mobile homes, un campo con le vacche al pascolo, una fattoria, uno scorcio di prateria o di paese, una banda di harleysti. Un’America rurale che profuma irresistibilmente di anni ’30, di Grande Depressione. Infatti c’è la crisi, la gente nel film ozia senza far niente, guarda la televisione seduta sul divano, passa le ore in qualche bar a bere. E’ ferma, immobile, il tempo sembra non passare mai per lei.. Diventa anche avida, ed aggressiva, quando sente profumo di soldi (i soldi che non esistono del vecchio). Solo il nostro eroico Woody non sta fermo, non si rassegna; le immagini del film ce lo mostrano mentre faticosamente arranca a piedi per le strade, le gambe aperte quasi fosse sugli sci. Immagini indimenticabili di una voglia di non arrendersi, di non mollare, di non fermarsi, di volere andare, continuare ad andare, che è poi il vero dna degli americani, e insieme riannodare i fili del passato e del presente, gli affetti lasciati e perduti e recuperati, i vincoli famigliari; riconciliarsi con se stesso e con gli altri. Con la strada come destino necessario.

 

 

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