Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Morto Stalin 1

Morto Stalin, se ne fa un altro

(The death of Stalin)
(id, Francia/Gran Bretagna ) di Armando Iannucci 107'

Cosa fecero Malenkov, Kruscev, Molotov, Beria e gli altri stretti collaboratori di Stalin quando, la sera del 28 febbraio del 1953, trovarono il dittatore riverso nel suo studio di Kountsevo colpito da un ictus? A questa e ad altre domande risponde causticamente la black comedy che Armando Iannucci ha adattato da una graphic novel francese, sceneggiatura di Fabien Nury e disegni di Thierry Robin: panico, intrighi, sgambetti, paranoie, epurazioni , vendette, rincorsa al potere, la tragedia che si trasforma in farsa, una corsa nell’acido. Già l’incipit stabilisce il “mood” del film, con la registrazione del  “Concerto per pianoforte e orchestra n. 23” di Mozart che il dittatore pretende gli sia consegnata in “esattamente 17 minuti”, per la disperazione del direttore e dell’orchestra che la sta eseguendo: si sa, la più piccola mancanza può costare la testa, o almeno il gulag. Bisogna rieseguire il concerto, questa volta registrandolo. Si oppone la pianista Maria Yudina, che ha perso famiglia e amici per mano del tiranno. Convinta a suon di rubli, accompagna però il disco della registrazione con un biglietto insurrezionale. Stalin lo legge, e crolla a terra. Morirà qualche giorno dopo. Nel frattempo, tutti i membri del Politburo affollano la stanza di Stalin, in un misto di timore e speranza per il “dopo”. Schiattato definitivamente il Piccolo Padre, ecco che questo manipolo di grotteschi dignitari e burocrati cominciano una loro macabra guerra intestina che non risparmia nessun colpo. C’è il tremebondo Malenkov, erede designato sulla carta, che sfoggia un busto correttivo su cui nel film si scherza sovente; c’è l’altro vile burattino, Molotov; c’è colui che alla fine risulterà vincitore della disfida, il modesto burocrate Kruscev, incline almeno all’ironia, cui Steve Buscemi presta una caratterizzazione sottile. C’è, soprattutto, il peggiore di tutti, il genio del male Beria, padrone della micidiale polizia politica, anima nera del regime, un dissoluto predatore sessuale seriale, convinto di avere in pugno in tutti gli altri. Bisogna avere in mente che, dietro questa grottesca parata di mascheroni, si cela una delle grandi tragedie dell’umanità, la faccia feroce del comunismo, le grandi purghe, milioni di morti per nulla. Non bisogna scordare che dietro il servilismo, le paranoie, i tic e i vizietti di ometti di poco conto si nasconde il Terrore. La banalità del male: esattamente come nel caso dei gerarchi nazisti o fascisti, sono proprio questi omuncoli senza qualità a decretare la morte o la prigione, la tortura o la deportazione per chiunque, per qualsiasi ragione, quasi sempre senza ragione, talvolta per un capriccio. Salvo essi stessi cadere vittime prima o poi del medesimo, kafkiano meccanismo. Il film naviga tra grottesco, tragico e assurdo, assumendo i toni di un balletto nero i cui protagonisti, certo fantocci caricaturali, incarnano però le macabre maschere della Storia. Grande merito del film è di far affiorare dietro la farsa del potere (si ride tanto nel film, anche se si ride amaro) la scorza dura di realtà che c’è dietro: un pesante Reale lacaniano, il Socialismo Reale, un Grande Altro o un Significante Maestro che tutto può giustificare in suo nome, torture stupri omicidi deportazioni di massa: l’Ideologia. Una ideologia talmente stupida, nel profondo, da far sì che i gerarchi spedissero nei gulag quei medici che avrebbero potuto curarli, come si vede in una delle scene più esilaranti del film.

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