Circuito Cinema - Filmstudio 7B

miss violence

Miss Violence

(Id.)
(id, Grecia ) di Alexandros Avranas 99'

VIETATO AI MINORI DI 14 ANNI

Aristotele, certo. Il buon Avranas, da greco che vuole attualizzare i classici, forse lo ha letto, quando, nella “Poetica”, definisce la tragedia come quella cosa che purga lo spettatore dal terrore e dalla pietà facendogliele provare direttamente sulla pelle. Terrore e pietà: esattamente i sentimenti che ispirano il suo film, a tutti gli effetti una moderna tragedia classica. Il filosofo ci tiene a precisare che i personaggi non devono essere troppo orribili, altrimenti la pietà non può funzionare; analogamente, se sono troppo innocenti e puri, ci si indigna magari ma non si prova paura. Insomma, ci deve essere una giusta misura. Avranas mostra di aver colto la lezione del filosofo: nel suo film, il padre e i suoi compari puttanieri non sono raffigurati come mostri, e le donne della sua famiglia non sono poi così angelicate. Vittime sì, ma in qualche misura anche complici. L’incipit è mozzafiato: una famiglia borghese danza apparentemente giocosa mentre in sottofondo Leonard Cohen canta “Dance Me to the End of Love” (un song peraltro ispirato all’Olocausto, e già questo…), ed ecco che, all’improvviso, una ragazzina dal viso d’angelo si lancia dal balcone dell’appartamento e si schianta sulla strada. Appena prima, senza un sorriso, aveva ballato un valzer col padre. Era la sua festa di compleanno, sono state le sue esequie. Subito dopo il suicidio, la famiglia circonda il cadavere, e i titoli di testa che scorrono sull’immagine assomigliano a un velo di pudore gettato sulla scena di un lutto. Perché è successo quello che è successo? Il film si apre su un enigma. Avranas prolunga la suspense per un’ora e sta bene attento a non sfornare un semplice commento sulla pedofilia. Non si cura dell’effetto-sorpresa: piuttosto, vuole condurre lo spettatore per mano allo svelamento della verità. Da questo punto di vista, è interessante l’uso insistito di alcuni stratagemmi visivi. Ad esempio, il ricorso continuo a inquadrature sulle parti intime dei personaggi: si capisce che l’attenzione del regista si posiziona nelle zone basse erogene, e che la molla dell’intrigo è quella, l’utilizzo malato del sesso. Ancor più interessante è il motivo della porta. Il film è pieno di porte che si aprono e si chiudono, in continuazione. Le porte raccordano le scene l’una con l’altra, servono da nascondiglio, sono al centro dei conflitti familiari, come nella scena in cui il padre è colto improvvisamente da un attacco di paranoia e confisca la porta della camera di una delle figlie, che esce dai gangheri. Un film di porte, dunque, e una porta chiusa, naturalmente, racchiude un mistero, cela qualcosa allo sguardo, fabbrica cose segrete, o sacre, che poi è la stessa cosa. E’ il tipo di film, in definitiva, in cui comportarsi come un robot o gettarsi da un balcone hanno un loro preciso senso, in un universo dai colori curatissimi, ovunque grigio e verde chiaro, sedie, abiti, tappeti, mobili. C’è una sensazione permanente di oppressione, di mondo chiuso in se stesso. Tutto accade in spazi stretti, i corpi sono spesso inquadrati senza testa, gli sguardi sono annegati nel terrore. E’ in questo imballaggio asettico, in una indeterminatezza spaziotemporale che la tragedia greca antica viene evocata, con il suo tema forte dell’incesto. E’ anche un film profondamente politico sull’odierna società greca, anche se la politica non compare direttamente.

Alberto Morsiani

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