Circuito Cinema - Filmstudio 7B

LE COSE CHE VERRANNO 2

Le cose che verranno

(L'Avenir)
(id, Francia/Germania ) di Mia Hansen-Løve 100'

Il flashback dell’incipit ci mostra Nathalie correggere dei compiti su di un traghetto: sta andando con la famiglia in visita alla tomba di Chateaubriand. Tutto appare ok, sotto il pieno controllo della donna. Anni dopo, la ritroviamo impegnata a insegnare al liceo mentre fuori infuria la contestazione studentesca. Incontra un suo ex studente di filosofia, suo prediletto, che ha scritto un saggio su Adorno. Lei, discute con l’editore accademico una nuova edizione di un suo manuale: le viene detto che deve vendere di più, che il libro deve essere più accattivante. C’è poi la vecchia madre che le dà il tormento, una ex attrice che ama i capi costosi e minaccia di continuo di uccidersi. Il colpo di grazia arriva a Nathalie quando il marito, collega prof all’Università, le dice che la lascia per una più giovane. A questo punto, appare totalmente derisorio il titolo originale, L’avenir, del magnifico quinto film della magnifica Mia Hansen-Løve: che futuro ci può mai essere, infatti, per questa donna di oltre mezza età, che si sente abbandonata da tutti, in un momento in cui tutto sembra congiurare contro di lei, marito editore figlia reale figlio putativo accademia, che si sente inadeguata ai nuovi tempi? Il pupillo va a fare formaggio in una Comune nel Vercors, dove lei andrà poi a trovarlo scoprendo di non avere nulla in comune con i più giovani; la madre entra in ospizio e poi muore; il marito la depreda delle cose più care, le porta via i libri preziosi e soprattutto l’adorata casa in Bretagna. E’ il crollo improvviso di un mondo basato quasi esclusivamente sulla speculazione e sulla costruzione ideale e intellettuale. Lo faceva già meravigliosamente dire Shakespeare al suo Hotspur morente in “Enrico V”: “il pensiero è schiavo dell’azione”. Tra l’altro, fiera e intransigente, Nathalie non cerca facili scorciatoie: respinge un uomo con intenzioni sessuali, non pensa neppure a un’avventura con il pupillo, come accadrebbe in un filmetto mediocre. Piuttosto, dopo i funerali della madre, legge l’amato Pascal per trarne conforto. Le rimane, della genitrice, la gatta nera e cicciona Pandora, alla quale procura prede vive addentrandosi nella wilderness di un bosco. Insomma, Nathalie cerca di affrontare le crude e dure prove della vita che l’attendono nella vecchiaia in parte ispirandosi ai codici di un comportamento morale che le dettano gli amati classici della filosofia, in parte imparando l’arte dell’improvvisazione cui ti costringono le giravolte della esistenza reale, non quella dei manuali di filosofia. Deve imparare a “patire”, a sopportare i rovesci della fortuna senza farsene travolgere. Ci sarà poi una reunion per Natale con nipotino, per giungere all’immagine finale, insieme tenera e malinconica, suggellata da “Unchained Melody” dei Fleetwood Mac, song triste sullo scorrere inesorabile del tempo. “Lo spazio, luogo della mia potenza; il tempo, luogo della mia debolezza”, come scrisse in modo indimenticabile un filosofo francese invece dimenticato, Duvignaud. Nathalie, al pari di tantissime donne, ha costruito faticosamente una vita, un modello di vita ideale, che improvvisamente le si frantuma tra le mani. Deve reimparare a muoversi seguendo l’istinto, abbandonando la pretesa di razionalizzare ogni cosa. A costo di compiere scelte amare. A costo di scegliere una nuova solitudine come valore. Se c’è un film attuale sulla difficoltà dei sentimenti in un mondo che va sempre più di corsa, è questo. Non poteva che farlo una donna.