Circuito Cinema - Filmstudio 7B

La bas 1

Là-Bas - Educazione Criminale

(Là-Bas - Educazione Criminale)
(id, Italia ) di Guido Lombardi 100'

Vincitore della Settimana della Critica e del premio Luigi De Laurentiis come migliore opera prima, Là-bas – Educazione criminale è la vera rivelazione del cinema italiano all’ultima Mostra di Venezia. Il film dell’esordiente napoletano Guido Lombardi, già collaboratore di Abel Ferrara e Paolo Sorrentino, è ambientato fra Castel Volturno e la costa domizia, in quei luoghi del casertano dove si registra un’altissima concentrazione di immigrati africani. 20.000 di loro vivono nelle fatiscenti ex case vacanza di un territorio deturpato da decenni di speculazione, in quella che Roberto Saviano ha definito “la più africana fra le città europee”. Sono per la maggior parte clandestini e costituiscono una fonte di manovalanza per la criminalitàì organizzata. Yssouf, arrivato dall’Africa con la speranza di diventare scultore, si trova ad essere suo malgrado uno strumento di queste organizzazioni. Lo zio immigrato, che raccontava di avercela fatta, si rivela in realtà uno spacciatore di droga e, dopo un rifiuto iniziale, riesce ad arruolare il riluttante Yssouf nei suoi traffici. Gli affari della banda di Moses e Yssouf attirano però le attenzioni del boss locale, che per vendetta fa uccidere a caso alcuni incolpevoli immigrati, lavoratori in una sartoria. Il riferimento è alla strage di San Gennaro del settembre 2008 a Castel Volturno, odioso atto razzista maturato in un ambiente dove la criminalità e lo sfruttamento del clandestino fanno parte della stessa logica. Il benzinaio che fa lavorare Yssouf e poi non lo paga, sapendo che il ragazzo non può ribellarsi, non è diverso dal camorrista che spara nel mucchio ai neri, e per chi arriva senza documenti una via alternativa per sopravvivere semplicemente non esiste. Lombardi descrive molto bene questo percorso obbligato, immergendosi completamente nel punto di vista degli immigrati. La sua scelta è di stare all’interno della comunità africana della zona, mostrando la sua organizzazione, le sue usanze e le sue reticenze, come quella di fingere sempre, agli occhi dei parenti a casa, di aver trovato un buon lavoro. Coraggiosa e coerente è anche la decisione di far parlare i personaggi, tutti interpretati da attori africani non professionisti, nelle loro lingue – il francese, l’inglese, il dialetto – mostrandone l’isolamento dalla popolazione locale, con cui gli africani non hanno nessun contatto che non sia improntato allo sfruttamento. Lo sguardo del regista è comunque sempre lucido, non concede niente alla retorica, stando addosso ai personaggi con la camera a mano o rallentando in piani sequenza nei momenti di violenza. Il risultato stilistico è sorprendente se si pensa che il film è girato in digitale con una Canon 5D, che conferisce alla narrazione un registro realistico ed elegante alla Scorsese prima maniera, in cui anche le scene di maggior valore simbolico, come la fuga nel bosco di Yssouf, si inseriscono naturalmente. Vestiti e musica sembrano essere fra le poche cose che per gli immigrati rappresentano un valore identitario a cui aggrapparsi. Denudarsi dei suoi eleganti abiti bianchi da spacciatore per essere accolto di nuovo dalla comunità significherà forse per Yssouf ritrovare la propria identità perduta.

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