Circuito Cinema - Filmstudio 7B

journey to jah

Journey to Jah - Viaggio nel reggae

(Journey to Jah)
(id, Germania/Svizzera ) di Noel Demesch, Moritz Springer 92'

v.o. sottotitolata in italiano

 

Gentleman si reca in Giamaica a trovare Alborosie per incidere assieme il brano Journey to Jah e trascorrere un po' di tempo a Kingston, dove Alborosie si è ormai trasferito stabilmente.
Due percorsi paralleli che finiscono per incrociarsi, due esperienze di vita e di spiritualità diverse ma simili. Il documentario di Noël Dernesch e Moritz Springer gioca sulle affinità e le divergenze tra le vite di due musicisti, Gentleman - tedesco, figlio di un pastore protestante, scappato da scuola a 14 anni - e Alborosie - italiano, fuggito da un contesto sociale in cui la mafia dettava legge -, entrambi folgorati sulla via salvifica di Jah e del misticismo Rastafari. Figli indesiderati o incompresi delle rispettive terre di origine, che in Giamaica hanno trovato il senso della propria esistenza, in un mix inestricabile di fede, filosofia e musica, perché attraverso la musica il popolo giamaicano veicola gioie e dolori, istanze di ribellione e bisogno di esprimersi. Ciò che rende il lavoro di Dernesch e Springer originale e per molti versi sorprendente, è il fatto di non ridursi a semplice documentario musicale né alla visione della Giamaica secondo i due protagonisti. Il punto di vista è quello occidentale, ma di occidentali incuriositi e desiderosi di saperne di più; senza soffermarsi sui cliché, ma guardando alla Giamaica per come questa realmente è, nelle sue molteplici contraddizioni. L'impegno socio-politico si mescola con il delirio dei sensi del dancehall, la pericolosità di strade violente con i testi omofobi di Buju Banton. Dimostrando seccamente e senza mezzi termini come lo stereotipo Marley-cannabis-reggae racconti solo una minuscola sfaccettatura di un universo affascinante e spesso inquietante. E riuscendo a spiazzare con la scelta di dedicare spazi e tempi inconsueti - specie in un formato simile - alla riflessione estatica, momenti in cui il silenzio e la contemplazione di luoghi lontani dalla frenesia metropolitana assumono il ruolo di protagonisti, finendo quasi per prevalere sul lato più musicale e spettacolare della Giamaica. Un lavoro pregevole, che racconta di reggae, dub, dancehall e della loro evoluzione, ma riesce ad andare molto oltre. Insieme ai protagonisti lo spettatore entra in un mondo dove la musica diviene un mezzo per affrontare la povertà, la criminalità e la mancanza di prospettive, un legame profondo che permette di elevarsi spiritualmente.

Gentleman si reca in Giamaica a trovare Alborosie per incidere assieme il brano Journey to Jah e trascorrere un po' di tempo a Kingston, dove Alborosie si è ormai trasferito stabilmente. Due percorsi paralleli che finiscono per incrociarsi, due esperienze di vita e di spiritualità diverse ma simili. Il documentario di Noël Dernesch e Moritz Springer gioca sulle affinità e le divergenze tra le vite di due musicisti, Gentleman - tedesco, figlio di un pastore protestante, scappato da scuola a 14 anni - e Alborosie - italiano, fuggito da un contesto sociale in cui la mafia dettava legge -, entrambi folgorati sulla via salvifica di Jah e del misticismo Rastafari. Figli indesiderati o incompresi delle rispettive terre di origine, che in Giamaica hanno trovato il senso della propria esistenza, in un mix inestricabile di fede, filosofia e musica, perché attraverso la musica il popolo giamaicano veicola gioie e dolori, istanze di ribellione e bisogno di esprimersi. Ciò che rende il lavoro di Dernesch e Springer originale e per molti versi sorprendente, è il fatto di non ridursi a semplice documentario musicale né alla visione della Giamaica secondo i due protagonisti. Il punto di vista è quello occidentale, ma di occidentali incuriositi e desiderosi di saperne di più; senza soffermarsi sui cliché, ma guardando alla Giamaica per come questa realmente è, nelle sue molteplici contraddizioni. L'impegno socio-politico si mescola con il delirio dei sensi del dancehall, la pericolosità di strade violente con i testi omofobi di Buju Banton. Dimostrando seccamente e senza mezzi termini come lo stereotipo Marley-cannabis-reggae racconti solo una minuscola sfaccettatura di un universo affascinante e spesso inquietante. E riuscendo a spiazzare con la scelta di dedicare spazi e tempi inconsueti - specie in un formato simile - alla riflessione estatica, momenti in cui il silenzio e la contemplazione di luoghi lontani dalla frenesia metropolitana assumono il ruolo di protagonisti, finendo quasi per prevalere sul lato più musicale e spettacolare della Giamaica. Un lavoro pregevole, che racconta di reggae, dub, dancehall e della loro evoluzione, ma riesce ad andare molto oltre. Insieme ai protagonisti lo spettatore entra in un mondo dove la musica diviene un mezzo per affrontare la povertà, la criminalità e la mancanza di prospettive, un legame profondo che permette di elevarsi spiritualmente.

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