Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Il verdetto 1

Il Verdetto

(The Children Act)
(id, Gran Bretagna ) di Richard Eyre 105'

Mentre il suo matrimonio con Jack vacilla, l'eminente giudice dell'Alta Corte britannica Fiona Maye è chiamata a prendere una decisione cruciale nell'esercizio del suo ruolo: deve obbligare Adam, un giovane adolescente malato di leucemia, che per motivi religiosi rifiuta di sottoporsi a una trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita. In deroga all'ortodossia professionale, Fiona sceglie di andare a far visita ad Adam in ospedale e quell'incontro avrà un profondo impatto su entrambi…  Sin dall’inizio del caso giudiziario narrato in Il verdetto, adattamento del romanzo di Ian McEwan The Childen Act, in Italia tradotto con il titolo La ballata di Adam Henry, a imporsi con forza è l’antinomia della scelta libera contro l’agire vincolato, l’eterno dilemma del libero arbitrio. Fino a che punto, cioè, l’essere umano può considerarsi sciolto dalle imposizioni di altri individui, dai principi di una religione, da dogmi morali, da un sistema di pensiero, da un atto di legge? Fino a che punto il suo agire è da considerarsi libero, autonomo, assoluto? Il quesito è evidentemente di difficile risoluzione, e nella trama sviluppata dal film viene posto nei medesimi termini paradossali con cui la nostra esistenza di esseri umani deve spesso scontrarsi. Adam Henry è subordinato a una legge, inadeguata perché astratta, che lo considera “bambino”, quindi incapace di prendere decisioni in autonomia. Eppure, grazie a quella stessa legge viene salvato dalle proprie supposte credenze, dalla setta religiosa i cui assurdi e infondati dogmi gli erano stati impressi sin da piccolo. Viene salvato, dopotutto, dalla morte quasi certa. Nondimeno, il peso della scelta compiuta da qualcun altro, o da qualcos’altro, da un’autorità a lui superiore, si fa sentire con impensabile gravosità, nelle inquadrature a plongée sempre più schiaccianti, nonché nell’insistenza opprimente con cui Adam tenta di affidarsi alla presunta saggezza assoluta del giudice che lo ha salvato e liberato, e dalla medesima sapienza avere risposte alle proprie domande, opinioni sulla propria vita e sul proprio operato. Vedere in essa e nella persona che la incarna, cioè, una figura legittima da sostituire al dio traditore che gli avrebbe impedito di sopravvivere; ai genitori che avrebbero sacrificato il loro unico figlio; a una legge fredda e distaccata che reputa bambino un ragazzo di quasi diciotto anni, sottoponendo la sua decisione a quella di un tribunale, di una giustizia che delibera oggettivamente e collettivamente, ingiustamente svincolata dal caso umano. Su chi fare affidamento, dunque, chi avere come punto fermo per iniziare una vita nuova, libera dai fantasmi di un’esistenza opprimente e dipendente da persone ed entità non degne? La risposta di Adam è comprensibilmente Fiona, la giudice che ha stabilito il suo destino, rappresentante sì di quel medesimo sistema giuridico, ma al contrario desiderosa di andare a fondo, di rapportarsi con l’umano, e di chiamarlo per nome. Eppure, l’unica ancora di salvezza è una persona comprovatamene restia ad accettare la responsabilità di un’altra vita (a partire da quella del marito trascurato), incapace di far fede alle proprie stesse parole pronunciate nel verdetto di Adam: «Life is more precious than dignity»; le sue mani legate, ipocritamente, da una dignità professionale che ha sempre posto davanti al resto, con i rimpianti che si porta appresso, a partire dai figli desiderati ma mai avuti.

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