Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Il prigioniero coreano 1

Il prigioniero coreano

(Geumul)
(id, Corea del Sud ) di Kim Ki-duk 114'

Kim Ki-Duk si fece conoscere proprio a Venezia, dove nel  2000 fece scandalo con il suo “L’isola”. A Venezia, vincerà poi il Leone d’Argento nel 2004 con “Ferro 3” e il Leone d’Oro nel 2012 con “Pietà”. Kim ha una biografia interessante: cinque anni nell’esercito coreano, poi va a Parigi dove studia pittura e si mantiene vendendo quadri. Tornato in Corea, si dedica al cinema esordendo nel  1996 a 36 anni con “Crocodile”, protagonista un senzatetto che depreda i suicidi che si buttano in un fiume. Il suo esordio coincide con la rinascita del cinema coreano dopo la dittatura militare. Fin dall’inizio Kim appare un isolato per i temi, e un autodidatta per lo stile. Alle tensioni della società in cui vive, risponde adottando il punto di vista di emarginati che vivono in un mondo di totale sopraffazione e umiliazione. Unica espressione d’una sottocultura marginale, la violenza assume nel suo cinema un valore metaforico universale: Kim la ritrova soprattutto al centro dei rapporti tra uomo e donna, attirandosi feroci critiche. I suoi film sono sempre sopra le righe: ne “L’isola”, un lago è teatro d’una vicenda di morte ed eros sadomasochista, messa in scena con calcolate provocazioni e abbagliante nitore formale. Il talento di Kim sta anche nel non imporre didascalie alle sue parabole, ad esempio in “Ferro 3”, dove il protagonista occupa appartamenti in assenza dei proprietari, in una dimensione sospesa fra quotidiano e fantastico, fra contestazione della realtà e accettazione attonita. In questo suo ultimo film, a un pescatore della Corea del Nord si rompe il motore della barca e va alla deriva verso la Corea del Sud. Dopo aver subito brutali interrogatori, viene rispedito indietro. Prima di lasciare la Corea del Sud, ha modo di meditare sul lato oscuro di quella società che contrasta con la sua immagine “sviluppata”. Si rende conto che lo sviluppo economico non si traduce in felicità per tutti. Quando riesce a tornare a casa, è sottoposto a interrogatori simili a quelli del Sud. Preso da profonda pena, si sente intrappolato contro la sua volontà nell’ideologia che divide le due nazioni. La divisione genera sacrificio e tristezza, in uguale misura. Un film terribilmente angosciante, visto dal punto di vista del povero  Nam Chul-Woo, l’ennesimo “umiliato e offeso” dei film di Kim, che dipende dalla barca unico mezzo per sostentare la famiglia. Nam diventa uno strumento in mano alle due ideologie diverse e complementari: al Sud c’è chi cerca di convertirlo al capitalismo lasciandogli l’opportunità di girare libero per le strade di Seoul, ma c’è anche chi pensa che sia una spia nordcoreana e lo tratta come una bestia. A nord, in modo sinistramente parallelo, c’è chi pensa sia diventato una spia sudcoreana e chi intende invece farne un nuovo “eroe del popolo” per essersi sottratto alle seduzioni del vicino più ricco. In entrambi i casi, è il “common man”, l’uomo semplice, ad essere la vittima sacrificale dei potenti di ogni risma. A fianco del dolore che si capisce Kim provi per una divisione tra nazioni sorelle che genera terrore e sospetto, si avverte però il suo ben noto sarcasmo, che lo porta a dipingere in modo impareggiabile l’atmosfera cupa dominata dall’ideologia, questo Grande Altro lacaniano in nome del quale tutto diventa lecito. Una lettura scomoda che ha portato il film ad essere bandito sia a Sud che a Nord.

 

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