Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Lepass

Il Passato

(Le passé)
(id, Francia ) di Asghar Fahradi 130'

PREMIO MIGLIOR ATTRICE A BERENICE BEJO - CANNES 2013

I misteri, i segreti, l’arte di tacere nel cinema di Farhadi… Dai tempi di About Elly e di Una separazione, i suoi due film precedenti, sappiamo che il più internazionale dei registi iraniani non ha concorrenti nel costruire dei drammi intimistici che sono, insieme, dei thriller kafkiani pieni di suspense e disseminati di bombe a frammentazione multipla. Con Il passato, primo film girato in Francia, Fahradi va ancora più lontano: i segreti implodono gli uni dentro gli altri come matrioske, per giungere al piano-sequenza finale, vera arma di distruzione di massa che ci mette definitivamente in ginocchio. Il vetro che separa e protegge, all’inizio, Ahmad e Marie all’aeroporto è destinato ad andare presto in pezzi. Nel cinema di Farhadi, ogni cosa è pensata e soppesata, persino la medicazione che Ahmad applica sul dito di Fouad subito all’inizio del film, poi tolta alla fine da Samir: un modo delicato per significare il passaggio di staffetta tra i due uomini.  Il temibile, stupefacente meccanismo della sceneggiatura, compresa la scelta molto intelligente delle ellissi, raddoppia una regia a sua volta implacabile. Più il passato ritorna, più i personaggi tornano fisicamente sui loro passi. Fahradi inventa una coreografia del rimpianto che interroga continuamente lo spettatore.. Quand’è “troppo tardi”? A partire da quando non si può più fare marcia indietro? Nel film agisce una frattalizzazione dei punti di vista sostenuta da un découpage attentamente regolato. Tutti gli interpreti (Ali Mosaffa, che è Ahmad, e la dolcezza rassicurante della sua voce agiscono per l’intera durata del film da ansiolitici), compresi i bambini, coniugano alla perfezione questo Passato per nulla semplice che va poco a poco a decomporsi, prima di ricomporsi, forse, sotto i nostri occhi. Lo scopo del film è infatti quello di dimostrarne il peso schiacciante, di mettere in scena, letteralmente, l’immensa difficoltà che incontriamo nell’espellerlo dal presente per poter andare avanti. Questa verità è anche una ovvietà, se vogliamo, e la fluidità della messa in scena cerca di portare il film al di là della ripetizione di questo articolo di fede. Resta, sull’altro piatto della bilancia, lo sguardo di un grande artista su un paese di cui scopre la vita quotidiana, che filma con una curiosità implacabile. Il passaggio dalla capitale iraniana  Teheran a una  Parigi periferica avviene senza sforzo apparente. D’altra parte, il regista, nel suo passaggio francese, sembra essere stato contaminato da quel piccolo buco narrativo e mentale, il segreto, che Deleuze definiva come “una triste masturbazione narcisistica”. Resta il fatto che è sui segreti svelati o conservati che spesso la nostra esistenza è fondata, e a partire da questo, riuscendo a provocare emozioni profonde, Farhadi costruisce un magistrale dramma psicologico, una collisione tra il passato e il presente, una navigazione tra ciò che è stato e ciò che non è più, gli amori nascenti e quelli decaduti, le tensioni tra i genitori e i figli. Cos’altro è del resto la vita?

Alberto Morsiani

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