Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Ida

Ida

(Id.)
(id, Polonia/Danimarca ) di Pawel Pawlikowski 80'

L’uso rigoroso di un bianco e nero raramente così appropriato in un film rifulge già nell’incipit, con le suore che tra la neve mettono fuori la statua di Dio. Siamo nella Polonia “socialista” dei primi anni Sessanta. Ida è un’orfana della Seconda Guerra Mondiale cresciuta in un convento. Prima di prendere i voti viene spedita dalla zia, con la quale è costretta a rileggere il proprio passato e l’identità dei genitori. Il nuovo film di Pawlikowski, pluripremiato per i precedenti My Summer of Love e La femme du Veme, è un’altra esplorazione elegiaca della storia patria raccontata con stile composto ma mai pomposo, articolato in lunghe inquadrature immobili. Il film nella prima parte, al momento del “ritorno a casa” di Ida sotto la neve, rende magnificamente lo squallore della Polonia socialista, i bar, le case, le campagne, i cimiteri, i tabernacoli (presso i quali Ida si inginocchia alla ricerca dei suoi genitori), i villaggi, i cortili fangosi, i cieli plumbei, i tram affollati, le vecchie utilitarie, le galline. L’attenzione fotografica è spasmodica: si noti, ad esempio, la sequenza della stalla, la maniera vermeeriana in cui la luce viene fatta entrare dalla porta e dalla finestra, accendendo il volto della ragazza. Dopo una prima parte statica, ambientata in città, si dipana una sorta di road movie circoscritto da hotel sfigati, alla ricerca di una persona che sappia qualcosa dei genitori di Ida. La zia, ex magistrato del popolo caduta in disgrazia col regime, la accompagna nel viaggio accendendosi una sigaretta dietro l’altra. Fuma continuamente, almeno tanto quanto Ida prega. Una fuma, l’altra prega: due atteggiamenti quasi ossessivi che celano la ricerca di una verità, una qualunque verità, ma soprattutto quella di una identità perduta e da ritrovare. Alcune scene sono memorabili nella loro metaforica icasticità: la ragazza rinchiusa nella cameretta, il ballo della zia nel locale al ritmo della celentaniana “Ventiquattromila baci” (vera icona del socialismo, giù usata dal primo Kusturica, ricordate?) e di “Portofino”, il flirt col sassofonista che suona Coltrane (il modernismo che arriva…), l’incontro in ospedale col testimone malato, la macabra scoperta nel bosco… Succederanno ancora tante cose, nascerà una “nuova” Ida, o sembrerà nascere, per giungere al sorprendente finale, con un parallelo e invertito “ritorno a casa” della protagonista, con quel meraviglioso straziante movimento a precedere della macchina da presa… Non c’è solo qualità formale, qui, sottolineata dall’adozione del desueto formato 4:3. Ci sono temi come l’identità, la famiglia, la fede, la colpa; c’è il socialismo reale, c’è la musica. E’, paradossalmente, un film sulla Storia che non vuole essere percepito come un film “storico”. Un film con una morale ma senza lezioni da impartire. Un film più di poesia che di prosa. Lontanissimo dalla solita retorica che ha flagellato da sempre il cinema polacco e dell’Est Europa. E’ come se, nel film, la Polonia fosse vista da un outsider, dal di fuori di essa: senza preconcetti, utilizzando soprattutto il filtro dei ricordi personali, delle emozioni, dei suoni, delle immagini di un’infanzia.

 

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