Circuito Cinema - Filmstudio 7B

imieigiornipibelli

I miei giorni più belli

(Trois souvenirs de ma jeunesse)
(id, Francia ) di Arnaud Desplechin 120'

È un film semplice ed enigmatico allo stesso tempo I miei giorni più belli di Arnaud Desplechin: sorta di "ritratto dell'artista giovane" il cui io-narrante si chiama Dedalus, come il celebre alter ego di James Joyce. Anche il film, all'inizio, sembra volerci inoltrare in un dedalo, un labirinto, alla ricerca della personalità di Paul Dedalus, che conosciamo mentre, uomo maturo (interpretato da Mathieu Amalric), sta per terminare un lungo soggiorno di lavoro (è antropologo) in Tadjikistan. Poi alcuni flashback ci riportano all'infanzia dell'eroe e alla sua prima giovinezza; senza strappi, però, ma con una sovrapposizione temporale insolita, che dà il senso di una sostanziale sincronicità. I primi raccontano di un ragazzino infelice e ribelle, che subisce torti e incassa botte dicendo sempre "non ho sentito niente!". Gli altri introducono, inatteso, un episodio da spy-story. Prima della caduta del "muro", in Russia, il giovanissimo Dedalus offre il proprio passaporto a un coetaneo ebreo ucraino, che diventerà il suo doppio anche se non si rivedranno mai. Però il più importante dei tre "ricordi" del titolo, la vera anima del film, è la storia d'amore tra Paul e la bella Esther: amore come tanti altri, banale perfino, eppure eccezionale come lo sono tutti gli amori. Con gioie e sofferenze, separazioni e tradimenti; indecifrabile e destinato a finire, ma non a essere dimenticato. Lo dimostra la scena in sottofinale dove Dedalus, dopo molti anni, s'imbatte nel suo vecchio amico e rivale in amore Kovalki. La perizia con cui Desplechin sa condensare e sintetizzare stati d'animo e tempi così diversi è tanto più sorprendente, in quanto il regista non si sforza affatto di uniformare lo stile narrativo delle varie parti. Il lungo segmento della love-story, in particolare, ci riporta chiaramente alla lezione del cinema di François Truffaut e alla saga del suo Antoine Doinel: lo testimoniano la voce narrante e i "mascherini a iris" (all'inizio di ogni sequenza l'immagine è come vista all'interno di un cerchio); ma soprattutto lo attesta lo sguardo sull'adolescenza, evocativo e tenero come quello di Truffaut. Il tutto configura un caso di "storia di formazione" per nulla convenzionale; dove il filtro della memoria guida Dedalus nella ri-composizione di un sé frammentario, disperso lungo il corso del film e che solo alla fine riacquista unitarietà. Suggerendoci che imparare a vivere significa tanto ricordare quanto dimenticare (di soffrire).

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