Circuito Cinema - Filmstudio 7B

ImNotYourNegro

I am not your Negro

(Id.)
(id, USA/Francia/Belgio/Svizzera ) di Raoul Peck 93'
28/11/2017 - 21
29/11/2017 - 21

VERSIONE ORIGINALE INGLESE SOTTOTITOLATA IN ITALIANO

In una Berlinale mai così avara di film americani, il contributo a stelle e strisce più importante bisognava andarselo a cercare nella sezione Panorama Dokumente. E basta citare il titolo per capire perché: I Am Not Your Negro dell'haitiano Raoul Peck, peraltro coprodotto da Francia, Usa, Belgio e Svizzera, è infatti un'appassionante controstoria degli Stati Uniti raccontata dal punto di vista degli afroamericani. Con un narratore d'eccezione come James Baldwin, grande scrittore, attivista e polemista (una specie di Pasolini afroamericano, passateci il paragone rozzo e strumentale) oggi poco ricordato in Italia, che oltre ad aver ispirato il film con un libro appena abbozzato, 'Remember This House', ne è il filo conduttore. Un po' perché I Am Not Your Negro incorpora quasi integralmente quel libro incompiuto (voce narrante di Samuel L. Jackson, e chi se non lui). Un po' perché grazie al gran numero di apparizioni pubbliche o televisive disseminate nella sua vita (1924-1987), Baldwin è in sostanza il protagonista di questo film che rielabora materiali d'archivio di ogni sorta. Non solo scene d'attualità, dunque, sempre memorabili (chi ci ridarà mai la grana e la forza di quel bianco e nero...) e spesso agghiaccianti (la brutalità poliziesca che emerge in scatti e filmati di ogni epoca è davvero impressionante). Ma immagini pubblicitarie, illustrazioni popolari, vecchi film osservati in una luce diversa. Per smascherare deformazioni e menzogne non solo sul piano fattuale ma su quello non meno importante dell'immaginario. E poi cento altri episodi e personaggi oggi meno noti, soprattutto da questo lato dell'Oceano, su cui alla fine si staglia per autorevolezza e singolarità proprio la figura di Baldwin, così diverso dalle aggressive icone 'black' della nostra epoca. Un intellettuale in giacca e cravatta, con l'irruenza di un oratore, la velocità di chi ha imparato presto a cavarsela da sé. E la dolcezza di un uomo che nel corso di una vita errabonda, come quella del regista Raoul Peck, non a caso, non ha mai smesso di cercare un modo per conciliare la lucidità e la disperazione dell'intellettuale con il sogno ostinato di un mondo diverso. Bellissime in questo senso le pagine in cui dice di non aver mai sentito la mancanza del cibo o dello sport o delle strade d'America, nei lunghi anni trascorsi a Parigi. Ma solo della sua gente, delle loro facce, di quello stile indefinibile, anche nella vita quotidiana. Ed è proprio l'unione tra la dolcezza del tono e lo choc della denuncia a rendere il film di Peck (e Baldwin) così prezioso.

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