Circuito Cinema - Filmstudio 7B

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GRAVITY

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(id, USA ) di Alfonso Cuarón 92'

Il film che ha inaugurato Venezia 70 è il settimo e migliore del messicano Alfonso Cuaron, mestierante con al proprio attivo anche la regia di uno degli episodi della saga di Harry Potter. Stranamente, Cuaron è sempre stato trattato con benevolenza dalla critica, e premiato numerose volte (anche candidato all’Oscar). Questa volta però ha scelto una sfida coraggiosa: un thriller sci-fi con due soli personaggi in scena, anzi nello spazio profondo attorno alla Terra, una trama esile e una quantità di long take. Pochissime inquadrature, e piani sequenza di 6, 8, anche 10 minuti. Quello di apertura esagera: 17 minuti. Roba da cinema sperimentale se non fosse un’operazione targata Warner, che punta dritto agli Oscar 2014. La Bullock è Ryan Stone, ingegnere alla prima missione Shuttle, e Clooney è il veterano della tradizione Matt Kowalsky (come Brando in “Un tram che si chiama desiderio”, come il protagonista di “Punto zero”…) incaricato di supportarla. Dovrebbe essere una “passeggiata”, ma una pioggia di detriti distrugge la navicella e i due si trovano abbandonati nello spazio (come un altro celebre titolo della sci-fi del passato), alla deriva, in balia del vuoto, dell’oscurità, della solitudine, del silenzio: le quattro grandi privazioni descritte da Burke, il filosofo della “darkness”. Ma più che di retaggi romantici, il film si nutre di rimandi cinematografici. Come “Open Water”, è un film sulla sopravvivenza ad alto tasso d’ansia, un saliscendi emotivo di volontà e sfiducia, speranza e terrore, intervallato di sguardi estatici sulla bellezza dello spazio infinito attorno (i valori tecnici sono altissimi, dalla fotografia che si rifà ai dipinti dell’Espressionismo Astratto a un 3D qui davvero congruo). Un film esistenzialista (Kierkegaard: “questo spazio vuoto, questo Niente contiene la cosa più importante”): quando cadi, sei nell’abisso dell’abbandono e della disperazione, ecco che rifulge al massimo grado la dignità umana. Lotta per la sopravvivenza che diventa preghiera di salvezza, dove azione fa rima con meditazione. Il profondo nero di Cuaron non è assenza di luce, ma ombra di possibili rivelazioni, e Kowalsky finisce per rappresentare una sorte di inviato dal Cielo, di Angelo Custode che viene in soccorso post mortem alla collega).La “gravità” del titolo finisce per essere proprio l’attrazione irresistibile per la vita e per il cinema, soprattutto per quello di Stanley Kubrick, dal cui “2001: Odissea nello spazio” il film di Cuaron trae totale ispirazione. In entrambi i casi, il viaggio non avviene tanto nello spazio quanto nella mente dei personaggi, e diventa pura ottica, un oceano di sensazioni contrastanti che riempiono tutto lo spazio visivo. Si capisce dunque l’enorme lavoro fatto sull’immagine: a parte il 3D, il travelling, i teleobiettivi, la profondità di campo, le panoramiche, le numerose soggettive dei personaggi. Tutte soluzioni tecniche che rimandano a una cosmologia di sapore kubrickiano. Lo Spazio viene creato dalle traiettorie della macchina da presa, la soggettiva rivela la relatività del vedere, il tempo la coscienza di una durata, il silenzio l’enigma della parola. E il cinema un pensiero disarticolato e frammentato come quei detriti spaziali che distruggono la navicella, rifiuti che fluttuano tra le galassie e sempre ritornano. Questo è il film: un naufragio tra il nulla e i rifiuti prodotti dalla nostra civiltà, una caccia allo scarto cui aggrapparsi come fa di continuo la Bullock nel film.

Alberto Morsiani

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