Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Frantz

Frantz

(Id.)
(id, Francia ) di François Ozon 113'

Nel 1932 il grande Ernst Lubitsch diresse un film da un’opera teatrale di Maurice Rostand, Broken Lullaby, che apparve alla prima Biennale veneziana ma che non venne diffuso nell’Italia fascista per il suo dichiarato pacifismo: un intruso riesce a inserirsi in una sorta di Eden familiare, sostituendo un figlio morto in guerra agli occhi di una famiglia tedesca. François Ozon ha deciso di girarne un remake, che, di nuovo, curiosamente, è comparso in concorso alla Mostra di Venezia di 84 anni dopo.  Per mantenere un sapore d’antan, ha deciso di filmarlo in massima parte in bianco e nero, lasciando al colore per lo più le scene dei flashback. Germania, 1919. Anna si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte in Francia. Scopre che un giovanotto francese, Adrien, frequenta il cimitero per la stessa ragione. E’ un amico di Frantz, suo collega di violino e di scorribande in Francia.  O almeno così sostiene con Anna e la sua famiglia in lutto. In pratica, subentra a Frantz. Ma le cose non sono come sembrano. Da questo momento infatti emergono i segreti inconfessabili, i sentimenti si confondono, in un viluppo melodrammatico intricato ma inesorabile come tutti i melodrammi che si rispettino. Un racconto che si pone, come sovente nella filmografia di Ozon, dalla parte dei perdenti; in questo caso dunque dalla parte dei tedeschi sconfitti nella Grande Guerra, umiliati dal Trattato di Versailles (una umiliazione foriera notoriamente di grandi guai futuri, con la nascita del nazionalsocialismo). La parte, diciamo così, “politica”, non ha però grande rilievo. Importa di più a Ozon l’analisi, la dissezione quasi, dei sentimenti. Sentimenti forti, quintessenza del melodramma: amore (forse anche omo), colpa, perdono. Tutti i personaggi del film portano con sé tracce di una qualche colpa, magari solo presunta, o comunque non direttamente loro (la guerra, è colpa forse del singolo?); di conseguenza, pare a loro necessario espiare in un qualsiasi modo, anche per conto d’altri. Sembrano prigionieri di un destino beffardo e di coincidenze di vita che li obbligano a comportarsi  nel modo contrario a quello che vorrebbero. Conseguenza: amori infelici o bruscamente interrotti; sacrifici in nome del rispetto delle regole di un gioco non detto ma non per questo meno vincolante (ad esempio la necessità morale di non ferire gli altri, i genitori, i vecchi…). Un campo di obbligazioni reciproche che Ozon esplora con la sua riconosciuta capacità di dettagliare nel particolare i sentimenti personali, le loro ambiguità, i loro recessi, la loro spietata asincronia (quando provo un sentimento non lo provi tu, e viceversa). Questa, in fondo, non è altro che la vita, la vita anche di oggi, quella contemporanea, liquida, di cui tanto si parla e  si scrive, ma che in fondo c’è sempre stata, anche nelle case della borghesia tedesca del primo dopoguerra, anche in una meravigliosa Parigi in bianco e nero che sembra scaturita dall’immaginazione sognante di un artista, anche nelle sale del Louvre percorse a passo di carica, come in Jules e Jim (c’è del Truffaut, certo, in questo film…), dai due giovani amici (amanti?), il francese e il tedesco, nel racconto rievocativo (falso?) del primo, che forse mentre racconta alla ragazza sta proiettando il suo autentico profondo desiderio… Ecco, un film di desideri incrociati, quasi mai realizzati, come purtroppo succede spesso nella vita reale.

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